t.A.T.u. 4Ever

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Lui chi è
view post Posted on 20/4/2008, 12:11Quote
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t.A.T.u. 4ever

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 9/7/2009, 09:12


Font:http://www.tatu-ff.net/libero_arbitrio/5-1.html

Genere: Romanzo/Antitetico
Categoria: Non classificata
Valutazione: Sconsigliata ai minori di 14 anni.
Restrizioni: I personaggi di Julia e Lena appartengono a Julia Volkova e Lena Katina. Le citazioni di: testi, brani, artisti e/o nomi e cose di pubblico dominio, appartengono al rispettivo autore o autori.
Note: Parte della trama è tratta da una storia vera.
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***Capitolo 1***


Università di San Pietroburgo
Biblioteca, 1:00 p.m. ~

Un giovane, in piedi su di una scala alta circa un metro, stava cercando un libro in particolare tra quelli nello scaffale assegnato alla metapsichica. “Non lo vedo, forse l’ha preso già qualcun altro”, riferì. “..ok, non fa niente, lo cercherò domani”, rispose una ragazza accanto a lui.

Lui saltò giù dalla scala, la piegò, riponendola nel solito angolo e poi domandò allegramente: “Ci vediamo alla mensa?”, la ragazza scosse il capo in senso di negazione e disse: “Vado a pranzo con un’amica. Grazie per l’aiuto”, raccolse la borsa da terra ed uscì sveltamente dalla biblioteca. “Ciao!” esclamò il ragazzo, appena prima di vederla scomparire al di là della porta.

All'esterno del campus, seduta ai piedi di un albero, c’era una studentessa dai capelli corti che non smetteva di fissare l’ingresso principale dell’edificio universitario. Era ad una distanza moderata, tuttavia riconobbe istantaneamente la compagna che stava aspettando, se non per il suo aspetto, dal modo in cui questa camminava verso di lei, quasi correndo. E subito si alzò per andarle incontro. Se nonché, qualcuno da dietro le urlò: “Ehi! Matricola!”, lei non si disturbò neanche a voltarsi, e di nuovo: “Rallenta matricola! Ti devo parlare!” La ragazza si voltò: “Senti bello, non ho tempo, un’altra volta, ok?!”

Il ragazzo si fece più vicino: Andiamo Julia, solo un minutino del tuo preziosissimo tempo!
Julia, osservando che la sua amica era stata bloccata da un professore (uno di quelli che lei non sopportava), si fermò: Di che devi parlarmi?
Ragazzo: Un appuntamento con me
Julia: Cosa? Mi stai chiedendo di uscire?? Se ci conosciamo da due giorni!
Ragazzo: E allora? Che c’entra? – con un lieve tossire – se sei libera.. tu mi piaci molto – lei lo guardò un po’ meravigliata; posando una mano sulla spalla del ragazzo, poco più alto di lei, disse: “Mi dispiace, io sono libera ma il mio cuore non lo è. Non te la prendi, vero?”
Il morale del ragazzo precipitò sotto le sue scarpe: .. figurati.. non è la prima volta..
Julia: Coraggio! – tirandogli un leggero pugno sulla spalla – ci sono tante ragazze!
Ragazzo (dopo un sospiro, recuperando l’entusiasmo): Mi presenteresti a quella tua amica tanto graziosa con le lentiggini?
Julia (seriamente): Non posso.
Ragazzo (ancora più deluso): E perché?!?
Julia: Perché è già impegnata.
Ragazzo: Ma che sfiga!!! Che schifo di giornata..
Julia: Andrà meglio domani, sicuro
Ragazzo: Non farmici pensare, 3 'no' in un solo giorno.. - iniziò a camminare all’indietro - ciao matricola, divertiti, visto che tu hai qualcuno con cui farlo – disse allontanandosi
Julia (a bassa voce): Divertirmi.. fosse così facile.. – rivolgendosi verso la sua compagna, ancora impegnata a parlare con il prof, strillò – Muoviti Lena! Non mi va di restare qui tutto il pomeriggio!!!

Lena: E’ molto interessante il suo principio universale sul caos.. – fingendo di guardare l’ora – si è fatto tardi, la devo lasciare, le auguro una buona giornata prof
Professore (sistemandosi gli occhiali sul naso): Riprenderemo il discorso la prossima volta, magari in aula. A presto Elena – il giovane insegnante le sorrise e andò per la sua strada.

Julia si avvicinò a lei e le prese la mano, dicendo: Che cavolo aveva da dirti!?!
Lena (stringendole la mano): Non riuscivo a venir via, scusa, mi sembrava scortese lasciarlo lì su due piedi.
Julia: Lui ti piace.. ammettilo.. piace a tutte le studentesse
Lena: Eccola là, un’altra volta questa storia.. assolutamente no, no, no, no, no, no, no, NO! – sull’ultimo “no” afferrò la vita della sua amica e l’abbracciò bisbigliandole sul viso – lo sai chi è che mi piace
Julia (imbronciandosi): Allora è lui ci prova con te! Cambia corso!
Lena (tirandole un braccio): Basta parlare di lui, vieni, ti porto in un bel posto.. dove potremo essere veramente noi stesse – notò che l’altra non aveva con sé il suo solito zaino - i tuoi libri?
Julia: A casa. Ho finito prima di te oggi. Dove mi porti?
Lena: In un bel posto. E non insistere, tanto non ti dico nient’altro – concluse sorridendo
Julia: Okeeeey..

Le due ragazze salirono nell’auto di Lena, posteggiata nel parcheggio riservato al complesso accademico. La giovane con le lentiggini ed una folta chioma rossa, lunga fino in fondo alla schiena, si sistemò dietro al volante; la sua compagna, invece, accanto a lei.


***


La rossa si fermò davanti ad un locale circondato da un parco; sembrava una via di mezzo tra ristorante e disco-pub. C'era un’insegna, posta in alto all’entrata (era un cancello rivestito d’edera), che dava il benvenuto ai nuovi clienti insieme a due uomini della sicurezza.

Julia: Ca**o se è bello!!! ..aspetta un attimo.. lì c’è scritto.. - ammiccò entrambi gli occhi – “Ying & Yang”.. non sarà un locale per coppiette..?? – disse, arrossendo furiosamente
La ragazza dai capelli lunghi la strinse più vicina a sé: Che hai? Sembri nervosa
Julia: Nient’affatto, andiamo dentro! – pensando - se mi vedono i miei.. mi spediscono in Siberia per i prossimi vent’anni

Uno dei due uomini all’ingresso le fermò e chiese: Siete maggiorenni? Un documento.
Lena (intanto che apriva la sua borsa): Julia, hai la patente con te? – la coetanea era ancora allucinata al momento; alla cieca, tirò fuori una tessera dalla tasca dei jeans e la consegnò all’uomo.

Uomo: Julia.. vediamo.. diciannovenne.. ok.. ed Elena tizio e caio.. diciannove
Lena: Tizio e caio?
Uomo: Non mi va di leggere i cognomi. Entrate e non ubriacatevi, o vi sequestro l’auto
Lena (sottovoce): Ma guarda questo.. – riafferrò la mano dell’amica, ed entrarono.

Nell’area interna, appena oltre il cancello, c’era una piccola strada che tendeva a unirsi ad uno dei quattro lati del locale. Lo stabile era al centro di un incrocio immerso nel verde.

Julia (camminando mano nella mano con l’amica): Senti Lena.. perché siamo venute qui? È molto bello ma.. forse non era il caso dopo quello che è successo l’ultima volta con il tuo patrigno.. non vorrei che ci scoprisse
Lena: Conosco una persona qui, e poi è uno dei pochi posti dove non dobbiamo nasconderci – asserì con un filo di dispiacere – lui non sa che siamo qui, stavolta non potrà mettersi in mezzo..
Julia: Se solo ci lasciassero in pace – sospirò
Lena: Qualche anno ancora, poi saremo libere di vivere la nostra vita. Cambieremo città, andremo lontano.. saremo felici – la ragazza dai capelli corti smise di camminare. Dopo un paio di rapidi sguardi a destra e sinistra posò le sue labbra su quelle della rossa lentigginosa. Il mondo al di fuori di quel bacio, per loro, avrebbe anche potuto scomparire. “In America.. riuscirò a portarti via con me Lena.. in America, o in qualsiasi altro posto.. lontano da qui.”, questo, quello che pensava Julia.

Benché non fossero altro che le prime ore del pomeriggio, i clienti affollavano l’intera sala principale del locale. Un cameriere fece accomodare le due ragazze ad un tavolo per due, in prenotazione, e consegnò loro il menu. Era un luogo confortevole, quasi confidenziale. Stando alla sua fama, nessuno le avrebbe guardate con denigrazione qualora avessero voluto dimostrarsi il loro affetto a vicenda.

C’era una giovane donna dai capelli biondi, affacciata dalle cucine, che sbirciava le ultime due arrivate: Hai capito Lena! Così è quella la persona di cui è innamorata stracotta!
Cameriera (trasportando una coppia di piatti fondo/piano): Dove? Dove? Indicamela Ari!
Arina: Guarda nell’angolo in fondo, a sinistra del ficus, la tipa roscia è Lena e la bruna con l’aria da “so tutta figa” è la personcina di cui lei mi ha sfiancato le orecchie a furia di parlarne
Cameriera: Aaah.. a vederle da qui sembrano una bella coppia di fidanzati

Lo chef arrivò all’improvviso dietro la cameriera, spaventandola: Ehi! Voi due! Muovete quel sedere immediatamente, pettegole! Non vi pago per perdervi in chiacchiere!

Cameriera: Sì capo – strizzò l’occhio alla collega e tornò con i piatti nelle cucine
Arina (sottovoce): Dio quanto lo odio!

Intanto, al tavolo nell’angolo

Julia (posando sul tavolo un calice semivuoto d’acqua minerale): Devo trovare un modo per portarti via da quella casa, adesso. Non posso permetterti di vivere da sola con lui e tutte le sue amanti da ‘una notte e via’..
Lena (allungando un braccio per stringerle una mano): Non preoccuparti per me, sopravvivrò, finché tu e io saremo *noi* potrò sopportare ogni cosa.
Julia: Ma io ho paura.. cosa, se ti costringerà a non incontrarci mai più?! Il tuo patrigno può farlo dannazione! Cosa, se ti porterà via da me!? Cosa farò io!? – pronunciò sul punto di piangere
Lena: Non accadrà.. non accadrà.. – disse, sporgendosi per accarezzarle una guancia e l’altra congiunse il palmo di quella mano al proprio viso per qualche secondo.

Arina (accostandosi al loro tavolo): Embè?! Che fate di bello voi due? – disse ridendo
Lena: Ciao Arina, lei è Julia, la mia ragazza – confermò, senza poter evitare di arrossire
Julia (sorridendo): Ciao.. carino il grembiule
Lena: Julia!? – la bruna sorrise ancora di più alla fidanzata
Arina: Oh.. devi vedere quello per la discoteca al piano di sotto - affermò in lieve imbarazzo
Julia: C’è una discoteca sotto? Grande! Qui non manca proprio niente
Arina: Manca la sala cinema e poi siamo al completo, il capo ci stava pensando – sussurrando – intanto che spilla soldi a destra e a manca organizzando incontri osé.. non raccontatelo a nessuno
Lena: Ma non è illegale??
Arina: Non saprei, non me ne intendo di cose così.. ma penso che sia al sicuro, Lui..
Julia (schiarendosi la voce): Ci porti qualcosa da bere? Non so, uno vino frizzante, vedi tu
Arina: Ok! Vado e torno, con comodo, voi riprendete pure da dove avete lasciato
Lena (arrossendo): Ari! Ci spiavi! Guardona!
Arina: Chi?? Io?? Fammi il favore, il vero guardone qui dentro è lo chef; spia sotto il grembiule di noi cameriere mentre ci chiniamo a servire ai tavoli nella stanza “China Paradise”, quegli accidenti di tavoli sono così bassi che un giorno di questi mi ci spiaccico sopra al posto dei wanton
Lena: Non sapevo ci fosse una sala riservata alla cucina cinese, ma quanto è grande questo posto?
Arina: Direi, notevolmente grande

Chef: Arina!! Tavolo 10, veloce!!!

Arina: Oddio quanto lo odio..! Scusate ragazze, torno dopo. Arrivo!!! – detto ciò, si spostò velocemente al tavolo 10

Julia: Vivace la tua amica – la rossa la guardava di sbieco – ehi, che c’è?
Lena: Se ti ripesco a guardarle il grembiule non ti rivolgo la parola per, per.. – la bruna non le diede il tempo di concludere che si alzò dal tavolo e fece il giro, per ritrovarsi a pochi centimetri da lei
Julia (con sguardo innocente): Per quanto, ciliegina? Ora sei tu quella tutta gelosa, io stavo aspettavo proprio una tua reazione, beh.. Colpita!

Lena l’abbracciò trascinandola su di sé, in modo che sedesse sulle sue ginocchia: Non stuzzicare la ciliegina, sennò addio torta
Julia (leggermente arrossita): ..la ciliegina è già stata intrappolata da molto tempo – avvicinandosi al viso dell’altra, ne fece prigioniere le labbra tra le sue per un lungo minuto, fino a quando qualcheduno le interruppe.

Uomo: Ragazze, scusatemi un momento – le due sembravano non ascoltarlo, erano troppo impegnate, e allora lui scrollò la spalla della bruna – ragazze?!
Julia staccò la bocca da Lena quel poco sufficiente per rispondere: Sì? Che vuole?
Uomo: Stasera alle 22 e 30 diamo una festa nella discoteca al sub-livello 1. Siete invitate, ma dovete confermare ora se ci sarete, gli ingressi sono limitati
Lena (guardando l’altra): Che ne pensi?
Julia: Per me va bene, ma tu.. lui non ti lascia mai uscire di sera
Lena: E chi dice che devo tornare a casa da lui, potrei venire da te, se non ti crea disturbo
Julia: Certo che no! – all’uomo – allora ci saremo!
Uomo: Bene, lasciate i vostri nomi prima di andarvene - fece cenno ad un ragazzo qualche metro più in là, di avvicinarsi – Teo, cancella due registrazioni
Teo (con una penna tracciò due righe su di un taccuino): Fatto, ne restano 13
Uomo: Continuiamo il giro fra i tavoli – quindi proseguì ai clienti successivi

Julia: Che posto stravagante.. – riuscì a dire, prima che le sue labbra furono di nuovo occupate da quelle della compagna.

Intorno a loro, nessuno sembrava osservarle particolarmente, ognuno era preso dai propri affari, chi a mangiare, chi a ridere di un nonnulla, chi solo a rilassarsi.


***


In un condominio, al secondo piano
3:12 p.m.

Un uomo sui quarantacinque era appena arrivato a casa. Chiuse il portone sbattendolo, poi si affacciò prima nella cucina ed in seguito entrò nel salotto. Non c’era nessuno. “Elena!”, chiamò. Infuriato dalla mancata risposta, si precipitò nella camera della figliastra spalancando la porta con un calcio: “Elena!! Dove ca**o sei!”. Non era neanche lì. L’uomo tirò un’altro calcio alla sedia dello scrittoio della ragazza, che ribaltandosi, andò a colpire uno dei cassetti del mobile da cui fuoriuscivano dei fogli. Non erano semplici pezzi di carta. Li strattonò fuori e dopo un’occhiata veloce stava per accartocciarli, ma si trattenne dal farlo. Preferì portarli con sé in cucina, deponendoli provvisoriamente sul tavolo, giusto il tempo di aprire il frigo e prendere una fiaschetta. Andò a sedersi in salotto con i fogli in una mano e la fiaschetta nell’altra; non sapeva il perché, ma sentiva la curiosità di farsi i fatti privati della figlia. Erano pagine giallognole, forse vecchie di qualche anno.

Dopo un sorso, di non si sa che alcolico, iniziò a leggere:

Cara Lena, questa che leggi non è una lettera, non è neppure un messaggio, è solo una disperata supplica. Non riesco a dirtelo apertamente perché ho paura. Se ci provassi, finirebbe come l’atro giorno o come ieri o come stamattina in classe, le mie parole si nasconderanno dietro un fasullo e distorto pretesto. Io sono sicura di amarti, ma non come vorresti solo da un’amica, molto di più. Perlomeno l’ho scritto. E’ come se la mia mano e le mie emozioni si fossero assemblate; mi riesce difficile anche scriverlo. Ma, a costo di fratturarla se opporrà resistenza, lo ripeterò ancora: Ti amo, e ancora, Ti amo, e di nuovo, Ti amo, fino all’infinito.

L’uomo, in parte sotto gli influssi dell’alcol, in parte per sua povertà sentimentale, non ci capiva un bel niente di quanto leggeva. Ma non si arrese e continuò, saltando delle righe sbadatamente, si ritrovò a leggere:

…ho capito cosa voglio realmente dalla vita. Non mi importa dell’effetto a cui sarò sottoposta, io andrò avanti. Sempre.

Non mi firmerò, considera chi ti ha scritto una persona ai limiti delle sue facoltà mentali, per amore. O se preferisci, considerami e basta. Se vorrai rispondere a queste parole, lascia un biglietto dietro lo specchio del bagno femminile, avrai notato che cade quasi a pezzi, sul retro ha una crepa grande quanto una mattonella.
Lo so che hai tante amiche, e so che ti starai chiedendo chi sono. Ma spero che tu in fondo già lo sappia. Anche se, forse, non leggerai mai questa pagina.

Gettò il foglio da parte. Nel suo cervello erano in atto tante piccole manovre rivolte alla comprensione di quel testo, e nello stesso momento, prese a leggere un’altra pagina con un’intestazione da bozza:

Non so chi sei, ma ti conosco. Tu sai chi sono, ma non mi conosci veramente. Perché dici di essere mia amica? Tra le mie compagne non c’è nessuna che mi parlerebbe così. Per caso sei uno che vuol giocare con i miei sentimenti? O sei uno che non trova un modo migliore passare il tempo?
Dici di amarmi, come? Fingendo di essere un’altra davanti a me? Dimmi chi sei! Smetti di nasconderti dietro a delle lettere! Ora basta! Non ho più intenzione di continuare il tuo gioco!

E buttò via anche quella, ne raccolse una che sembrava la pagina strappata da un diario:

12 Gennaio

…sono confusa, io l’amo, ma lei è sempre più scontrosa. Julia, perché mi fai questo! Perché ho come la sensazione che ti stai distaccando da me? Cosa è accaduto?
Non sarai tu quel qualcuno che non sta né in cielo né in terra, che si diverte a scrivermi lettere d’amore e che sa colpirmi così a fondo con le sole parole?…

L'uomo strappò quella pagina: Ma che ca**o di roba è questa?!!? Elena è gay?!!? Quella t***a!!! – sempre più iracondo, prese un’altra pagina del diario:

30 Giugno

Il giorno più bello della mia vita. Quando ho visto lei, nell’ennesimo nascondiglio dove dovevo celare la lettera (perché non ho mai smesso di rispondere a quelle lettere, nonostante non ne capissi appieno il motivo) mi sono sentita svenire. Non c’è stato bisogno di dire altro, quelle lettere avevano già raccontato tutto delle nostre anime, ciò che mancava era sentire quelle stesse parole pronunciate da lei, baciare la loro sorgente e vivere per lei soltanto.

Uomo: Ti distruggerò Elena, non la passerai liscia – accartocciò quel foglio e lanciò la fiaschetta mezza vuota contro il muro della stanza, fracassandola in decine di frammenti. Sollevandosi, si diresse traballando nella sua camera. Lì gli venne in mente un episodio avvenuto qualche giorno prima...

Una dottoressa: Scusa Markel, come mai tua figlia non ama socializzare con nessuno? Mio nipote dice che lei sta sempre sulle sue, si vede solo con una ragazza dai capelli corti. Te lo chiedo perchè lui si è preso un scuffia per lei e mi ha implorato di prendere informazioni, sai tra colleghi.. grande e grosso com'è, quello scemo si vergogna ad avvicinarla.
Markel: Così a tuo nipote piace Elena. Questa si che è una cosa strana, è difficile che lei piaccia a qualcuno
Dottoressa: Sarà, ma a lui piace. Però mi ha detto che sembra interessata ad altro, non ai ragazzi.. capisci cosa voglio dire?
Markel: Non esattamente.. forse fa così perchè è un tipo permaloso..

Markel: Ora capisco...


***


Villetta
5:00 p.m.

Nella stanza della ragazza bruna, si parlava con discrezione, a riparo da orecchie estranee alla conversazione. I genitori di Julia erano entrambi presenti in casa e davano l’impressione di non trovar pace in quanto seguitavano da parecchi minuti un’incessante saliscendi per le scale. “Lavori domestici”, disse la madre per giustificarsi, “Ma quando mai!”, pensò la figlia, “Non puliscono casa neanche se sepolti vivi dalla polvere”, aggiunse. “La verità è che mi tengono d’occhio; hanno questa fissa ogni volta che porto una persona a casa”, bisbigliò all’amica seduta a terra, sul tappeto circostante il letto. Lena le tirò il cuscino che poco prima stringeva tra le braccia: “Chi porti a casa!?!”

Julia (bloccando il cuscino a pochi centimetri dal suo viso): Lenaaa! Chi cavolo vuoi che porti a casa! Amici per studiare in gruppo. Colpa tua se non hai scelto la mia stessa facoltà!
Lena: ..ok.. a te non interessa l’astrofisica e il paranormale, così come a me non interessa l’etica sociologica e quanto ne concerne
Julia (ritirando il cuscino alla fidanzata): Non assumere quell’aria saccente con me! – esclamò sorridendo
Lena (beccandosi il cuscino sulla fronte): Ahuh.. – rattristandosi tutto d’un tratto – almeno hai dei genitori che ti voglio bene.. – Julia le tolse il cuscino dalle mani e lo sostituì con il suo abbraccio.

Madre (da fuori la porta): Ragazze! Venite giù a prendervi un gelato
Julia: Scendiamo subito! – con un braccio, le accarezzò i lunghi capelli fino in fondo alle spalle
Lena (sospirando): Andiamo, per fortuna tua mamma non è entrata o ci avrebbe viste così
Julia: Ok.. ma arriverà il giorno che sapranno tutto.. non mi importa come la prenderanno.. io sono pronta a lasciarli per te – la rossa le diede un bacio veloce sulla guancia e ribadì: “Non essere così ingiusta con loro, dopotutto non lo meritano”, la bruna sospirò e assentì; poco dopo uscirono dalla camera.

Nel soggiorno, mezzora dopo

Padre: Come è organizzato il tuo programma Julia?
Julia: Ho appena iniziato, dammi tregua! Ti racconto alla fine della prima sessione
Padre: Non voglio recriminazioni Julia, mi raccomando, hai voluto fare tutto da sola.. – la figlia fece una smorfia e lui spostò l’attenzione sulla ragazza dai capelli lunghi seduta vicino a lei – hai detto che ti chiami Elena, tuo padre di che si occupa?
Julia (sottovoce): E eccolo che ricomincia.. – sbuffando
Lena: ..ehm.. lui è.. – cominciò a strusciarsi le unghie delle mani, le une sulle altre
Julia: Papà devi sempre indagare, che diamine, è una mia amica! Che altro vuoi sapere!
Padre: Julia, come padre devo sapere chi frequenti
Lena: E’ un medico di guardia, lavora solo di notte
Padre: Um.. deve essere faticoso come mestiere.. per la famiglia si farebbe qualunque cosa
Lena: Certo – a mente – come no, lui ha fatto tutto quanto in suo potere per distruggere la mia
Julia (alzandosi in piedi): Dobbiamo andare Lena, è ora, ciao papi
Padre: Dove andate?
Julia: In un locale con alcuni amici, è probabile che farò tardi, non state in pensiero per me – detto questo, prese la mano dell’altra e corse all’ingresso.

La madre sentì la porta dell’ingresso chiudersi: “Sono uscite di nuovo?”, “Sì”, rispose il marito. “Questa sua amica mi sembra una brava ragazza, non come gli altri che soleva invitare”. “Mi fa piacere”, concluse la donna, riportando un vassoio con due aranciate nella cucina.

In auto, lungo la strada…

Lena (alla guida): Che facciamo? Non sono neanche le 6
Julia: Non tornerai in quella casa.. da quel mostro, non posso permetterlo. Accosta per favore – la rossa si fermò in una piazzola
Lena: Ti senti male? – chiese, preoccupata
Julia: No, facciamo cambio, guido io. Andiamo a fare un lungo giro per la città – scese e si sistemò al posto di Lena, dopodichè ripartirono.
Lena: Dovrò tornare a casa prima o poi.. spero che allora lui sia già uscito. Il fatto che lavori di notte è una buona cosa.
Julia: Non voglio che ritorni da lui.. – pronunciò rabbiosamente – ..non voglio che ti faccia del male…

5 mesi prima
Fuori casa di Lena, 7:00 p.m.

Markel (colpendo la figlia con uno violento schiaffo): Sta zitta!!! Tua madre è morta! E' come se ti avesse affidata a me!! D’ora in avanti farai tutto quello che io ti dirò!

La ragazza perdeva del sangue dal naso in seguito allo scontro: “No! Io so badare a me stessa! Non ho bisogno di te!!! Lasciami!!! Vattene da casa mia!!!”, lo spinse lontano da sé.

L’uomo afferrò la ragazza per la camicia ed iniziò a tirarla verso l’entrata del palazzo, finché qualcuno non gli comparve davanti: “Lasciala mostro!”, urlò un ragazzina dai capelli corti con il volto rigato dalle lacrime: “Hai sentito, HO DETTO LASCIALA!!”

Markel: Chi sei tu?! Và via! Non sono affari tuoi! SPARISCI! – ma lei, la bruna, ebbe modo di allontanare l’amica dalla presa del padre. Purtroppo per lei l’uomo non era così arrendevole, infatti quest’ultimo la ferì con un pugno in faccia prima che lei potesse abbracciare l’altra ragazza.

Lena colpì lui con una gomitata allo stomaco e si precipitò su di lei in un secondo: “Julia! Andiamocene! Alzati! Presto!”, ma prima che questa si alzò, ecco di nuovo l’ombra del padre su di loro. “Voi due non andate da nessuna parte!”, riacciuffò la figlia, sollevandola di peso, per poi picchiare la ragazza a terra con un pedata. Uno strano scricchiolio segnalò che una o due costole della brunetta si erano spezzate.

Lena: JULIA! – cercava vanamente di liberarsi da lui
Markel: Seguimi e niente storie! O ti porto su per le scale a calci! – continuò a trascinarla fino a che raggiunsero la porta di casa. La giovane dai capelli lunghi cedette, in quella occasione non poteva avere la meglio su di un uomo che pesava almeno trenta chili più di lei.

Julia era rimasta stesa sul marciapiede, respirava a stento: Le..na..

Non appena l’uomo le lasciò il braccio, Lena corse nella sua camera, si chiuse a chiave e accese il cellulare; chiamò l’ambulanza: “Aiuto! C’è una ragazza ferita! Questo è l’indirizzo <…> fate presto vi prego!”
Dopo nove minuti, vide dalla sua finestra un paio di infermieri che raccolsero la giovane ragazza per trasportarla d’urgenza all’ospedale più vicino; fortunatamente, non quello dove lavorava il padre.

Voce: Polizia VII distretto, dite
Markel: Devo parlare urgentemente con l’ispettore Gregov, ditegli che sono il dott. Damian Markel
Voce: Rimanga in linea
……………
Gregov: Che hai combinato questa volta?
Markel: ..Greg, devi coprirmi, ho un piccolo problema con una ragazzina
Gregov: Di che si tratta?
Markel: Niente di serio…

Quindici giorni dopo, Julia tornò a scuola… Tutto svanì in una bolla di sapone. Il VII distretto aprì il caso e lo chiuse lo stesso giorno per ragioni non specificate. Ai genitori, lei raccontò solo vagamente i tratti dell’infortunio, cambiandone numerosi aspetti; più che altro, per paura che la cosa si ripercuotesse sulla sua relazione con Lena.

Julia: Guarda Lena, tramonto a ore 9, guarda – la rossa spostò la testa e guardò attraverso il finestrino. Qui bagliori d’ocra le ricordarono un triste pomeriggio di non molto tempo prima.

Lena sussurrò: ..se solo non mi avessero lasciata…

3 anni prima

Lena era a terra, in ginocchio, con il telefono tra le mani: MAMMA! Corri!! Papà è in ospedale!!
Mamma: Cosa!!!? – la donna prese la cornetta dalle mani fiacche della figlia e attese ulteriori notizie

Ospedale 5:56 p.m.
(Pronto soccorso)

Anestesista: Mi dispiace, aveva perso troppo sangue.. – la donna e sua figlia la fissavano, ma senza capire nulla di quello che diceva. Nell’istante seguente a quando avevano incontrato quell’espressione di cordoglio negli occhi della dottoressa, rivolta a loro, ogni speranza aveva cessato di animarle.

Uno dei medici, un individuo dai capelli biondi ed una sottile barba sul mento, si avvicinò alla mamma di Lena, pronunciando alcune parole di conforto: “Coraggio, sono cose che non possiamo controllare, succedono continuamente.”

Mamma: Ci lasci sole per favore.. vogliamo restare con lui per salutarlo un’ultima volta.

Nei mesi successivi, il dottore, che ostentava una comprensione e una generosità fin troppo rara, entrò poco a poco nella vita di Lena e sua madre, diventando il secondo marito della donna nel giro di un anno e mezzo. Ma dopo, le cose cambiarono radicalmente. Sebbene sua moglie fosse una donna molto bella e degna di rispetto, lui non disdegnava anche la compagnia di altre.

La donna cadde in profondo stato depressivo, ammalandosi sempre di più giorno per giorno. La figlia respirava soltanto grazie all’amore che aveva scoperto in Julia. Come aiutare sua madre? Se quell’uomo fosse uscito dalle loro vite forse le cose sarebbero migliorate. Disgraziatamente la povera donna non sopravvisse così a lungo da ricostruirsi una nuova vita con la figlia.

Lena rimase bloccata con quell’uomo, divenuto da allora il suo padre acquisito. Poco cambiava per lui. Portare avanti indisturbato quella vita era tutto ciò che gli occorreva, e quella vita gli faceva comodo davvero, sopratutto per mantenere riservata un facciata della sua esistenza che non tutti conoscevano. La ragazza non era ancora autosufficiente e non aveva parenti a cui rivolgersi. Non le rimase altro che vivere con lui e con tutte le amanti che egli portava nella casa di sua madre.


***


7:20 p.m.

La ragazza bruna aveva fermato l’auto in un posto tranquillo, dal finestrino sul tettuccio si scorgevano le prime stelle della sera. Julia lo alzò permettendo all’aria di ventilare nella vettura, dopo inclinò il sedile fino al suo massimo e stendendosi chiuse gli occhi. La ragazza accanto, imitò gli stessi movimenti e presto furono entrambe sdraiate vicinissime, separate solo da alcuni comandi nel frammezzo del veicolo.

Lena: Secondo te esistono esseri viventi nell’universo, oltre ai terrestri? - chiese, senza alcun preavviso, intanto che osservava il cielo dal piccolo spazio del finestrino.
Julia (sempre ad occhi chiusi): Magari sì, magari no.. non so.
Lena (ironicamente): Che risposta esauriente – iniziò a solleticarle sotto il mento
Julia: Ehh! Ferma!! – le bloccò la mano - mi dà fastidio, per favore! Da bambina i miei mi hanno torturato in questo modo.. che mano fredda Lè – infilò la mano della fidanzata nella tasca dei suoi pantaloni – ecco fatto
Lena: C’è anche l’altra però.. – disse sorridendo
Julia: ..ora rimediamo.. – rise furbamente, si sollevò sistemandosi sullo stesso sedile della compagna, quindi sopra di lei…

9:45 p.m.

Julia dormiva con un braccio intorno al collo della compagna, l’altro incastrato fra il cambio ed il freno a mano e le gambe intrecciate con quelle della rossa. Lena era sveglia, continuava ad ammirare quel cielo che tanto l’affascinava e nel contempo accarezzava i capelli arruffati della brunetta. Ed erano mezze nude.

Julia riaprì gli occhi lentamente, cercando di disincagliare la mano da sotto il freno: Che ore sono?
Lena: Non vedo niente con questo buio, aspetta un minuto.. – spostò il braccio per riflettere la luce della luna sul quadrante dell’orologio – circa un quarto alle 10
Julia: É ancora presto allora.. restiamo così.. – tornò a chiudere gli occhi
Lena: Julia.. meglio rivestirci, fa fredduccio – e l’altra brontolò un “va bene” prima di tirarsi su
Julia: Hai visto i miei pantaloni?
Lena: Se non ricordo male li hai tirati sul sedile di dietro..
Julia li vide appunto dove lei le aveva detto; dopo averli presi, tentò di infilarseli maldestramente: Cavolo! Non riesco a muovermi qua dietro!
Lena, con il viso rossastro, cercava imbarazzata un indumento prezioso di cui aveva perso ogni traccia: Jù.. io ho perso le mie.. le mie..
Julia riuscì a completare l’operazione, quando sentì qualcosa che le sporgeva dalla tasca: Hai perso queste? – le mostrò l’intimo
Lena (sempre più rossa): Sì! – le sfilò in fretta dalle mani della bruna

Dopo qualche minuto, uscirono dall’auto per sgranchirsi prima di ripartire. Lena terminò di abbottonarsi la camicetta e l’altra di tirarsi su i pantaloni a vita bassa, dal cavallo sproporzionato.



Edited by *.*.Skeggia.*.* - 27/4/2008, 19:33


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***Capitolo 2***


Quella sera, a casa del dottore, qualcuno stava bussando insistentemente alla porta. L’uomo spalancò l’entrata, tra le mani stringeva un vecchio fucile. Davanti a lui comparve una donna elegante, alta, dai capelli ricci a caschetto, di un rosso magenta che quasi faceva male agli occhi. Lei si spaventò terribilmente alla vista di quell’arma...

Donna: Ca**o Marky! Vuoi uccidermi forse!?!?
Markel: Entra, lo stavo solo pulendo. È un cimelio di famiglia. Il tempo rovina ogni cosa, anche la vecchia ferraglia come questo. Dovrebbe funzionare ancora però..
Donna: Hai intenzione di metterlo via oppure ci farà compagnia per l’intera serata??
Markel: Penso che lo metterò giù, per ora – prese la sua giacca all’ingresso – usciamo, stasera ci divertiremo.

10:42 p.m.
“Ying & Yang”

Fuori, c’erano i soliti due sorveglianti: “Bentornate”, disse uno.
Julia: Sera, come va? Voi niente sosta? – “A noi ci pagano per sorvegliare” rispose l’altro
Lena: E tenete tutto sotto controllo, intendo, siete armati in caso di emergenza? “Non si può dire miss, spiacente, entrate, la festa è appena cominciata”, disse il primo
Julia: Bye bye ragazzi – intrecciò la mano con la compagna ed andarono dentro.

L’interno del locale era pressappoco come lo avevano lasciato, solo più affollato. “Dov’è questa discoteca?”, si domandava la bruna. Chiese ad una cameriera: Scusi signorina, dov’è il sub-livello 1?
Cameriera: In fondo alla sala c’è una strettoia e alla fine di questa un ascensore, prendetelo e vi porterà al piano di sotto – Julia le sorrise in segno di ringraziamento
Lena: Grazie
Cameriera: Di nulla – disse garbatamente

Le due ragazze seguirono quelle indicazioni e si ritrovarono in un piccolo corridoio largo circa un metro. Proseguendo fino alla fine del suddetto, finalmente videro l’ingresso di un ascensore dalla portata decisamente ampia; diciamo che una decina di persone ci stavano larghe.

C’era Teo in divisa da ascensorista: Ciao ragazze, era ora che vi faceste vedere! Venite, siete in ritardo
Lena: Ci sono stati dei contrattempi – si scusò, senza evitare di arrossire
Julia: Traffico, folla e poi ancora traffico e gente ossessa da shopping che intralcia i marciapiedi fino alla chiusura dei negozi - una volta dentro, Teo chiuse le porte e scesero al sub-livello 1
………………….
Teo: Arrivati. Continuate dritte davanti a voi, solo pochi metri. Beh, buona serata, ci si vede gioie
Julia: Ciao bello – Lena accennò un saluto al ragazzo, poi le porte si richiusero e l’ascensore tornò al livello base.

Lena: Adesso non ho più voglia di mescolarmi in una folla di gente.. – la musica già era diventata rintronante lì dov’erano, anche se a metri di distanza
Julia: Hai detto qualcosa Lè?
Lena: Non ho capito!!? Non riesco a sentire nemmeno la mia voce..
Julia: EH?? RIPETI, NON SENTO
Lena: COSA? NON CAPISCO! – si tappò le orecchie con le mani per cercare di farsi intendere
Julia: NEMMENO IO! - replicò, simulando lo stesso gesto.

Superata l’ultima curva, erano giunte nella sala. Presso l’entrata, un ragazzo della loro età ed un giovane di qualche anno in più erano appoggiati per metà sulla porta e metà sulla parete vicina; si baciavano all’ultimo respiro.

Julia: WoaW.. Lena.. ehi! Dove sei finita! – si guardò intorno rapidamente, la sua compagna non c’era più – LENA!
Lena: Sono qua Jù! Guarda per terra, vedi di non venirmi addosso – la ragazza era a carponi sul pavimento
Julia: Che ci fai qua sotto! – si accovacciò vicino a lei – sei inciampata da qualche parte? Ti sei fatta male?!
Lena: Tutto apposto, non ti preoccupare, un bestione mi ha dato una spinta e credo non se ne sia nemmeno accorto, niente di grave
Julia infilò l’avambraccio sotto la vita della rossa e la tirò su: Troviamo un posticino tranquillo dove sederci e bere qualcosa.. o se vuoi ballare..
Lena: Sono d’accordo, meglio sederci un momento, ora come ora mi sento un po’ stordita
Julia: Ok – le strinse una mano – non lasciare la mia mano per nessun motivo!
Lena: COSA!? STRILLA PIU’ FORTE! – in piedi, in mezzo al frastuono, era di nuovo un tumulto di voci e suoni
Julia: HO DETTO, NON LASCIARE LA MIA MANO!
Una ragazza che era vicino a loro, in mezzo alla folla: CHE DICI BELLA BRUNA!?
Lena: DICEVA A ME! – staccò la mano dalla compagna e spinse la ragazza da parte
Julia: LENA, NON MI LASCIARE!
Ragazza: CHE MODI! – equivocando – NON LA MERITI SE VUOI SCARICARLA! VIENI BRUNETTA – le si avvicinò - ANDIAMO A BALLARE, DIMENTICATI DI PEL DI CAROTA
Julia: Ma di che sta parlando..? LENA!
Lena: ALLONTANATI DALLA MIA RAGAZZA, IMMEDIATAMENTE! – scansò ancora di più la ragazza e tirò via Julia per la maglia.

0:30 a.m.
Sempre nella discoteca

Le ragazze trovarono il modo di avvicinarsi alla pista per muoversi a ritmo di qualche brano dance-house o per coccolarsi abbracciate con un sound più romantico. Tanto, o l’uno o l’altro, finiva sempre allo stesso modo, sempre vicine e incollate; se non per loro volontà, perché costrette dalla massa di corpi che gli erano intorno.

Barman: …un Bronx con ghiaccio al tavolo 5, un White Russian con panna al 7 e due Golden Cadillac al tavolo 9 – “Ok”, disse la cameriera ritirando le ordinazioni sul vassoio.

Julia che aveva raggiunto il banco a fatica, strillò: SCUSI!
Barman: Non urlare, non siamo sordi
Julia: Oh!, mi scusi non volevo..
Barman: Va bene, non farne un dramma.. che ti serviva?
Julia: Lei che mi consiglia da bere?
Barman: Vediamo.. che hai bevuto prima?
Julia: Acqua, pepsi.. – rispose, nonostante non capisse il perché di quella domanda – perché lo chiede?
Barman: Perché non servo alcol a chi è già sbronzo. Allora.. io ti consiglio un Daiquiri.
Julia: Che roba è?
Barman: Un cocktail a base di bacardi, nel mio procedimento, un po’ più dolce
Julia: Ok, me ne prepari due, per favore
Barman: Dammi tre minuti.

Poco dopo, i due drink erano pronti. La ragazza salutò il barman e ritornò con i due bicchieri al tavolo dove l’aspettava Lena. Camminando tra la gente, data anche la sua modesta statura, non vedeva chiaramente chi le passava accanto. Non vide Markel, né la sua accompagnatrice.

Markel: Fermati un attimo Fea, credo di aver visto qualcuno che conosco – la donna col caschetto affermò seccamente “Una delle tue ex amanti, immagino”
Markel: Sbagliato. È una bambinetta amica di Lena - proseguì ad esaminare i movimenti della bruna - ma certo.. Julia! Ecco chi era.. bastava che collegassi quel nome alle lettere.
Fea: Di che lettere parli, posso saperlo? Questa faccenda sta cominciando ad incuriosirmi
Markel: Non ti impicciare – cominciò a spostarsi lateralmente senza perdere di vista la ragazza bruna
Fea: Ma dove stiamo andando, io volevo prendermi da bere, Marky!
Markel: Sta zitta! Non mi distrarre! – riconobbe la figliastra seduta ad uno dei tavoli – sicuro, non poteva mancare quella sgualdrina!
Fea: Con chi ce l’hai!!
Markel: Non con te, sciocca!.. io.. un medico di tutto rispetto.. non posso passar sopra ad una cosa simile! Andiamo fuori di qui, prima che faccio un massacro.. – agguantò la mano della donna
Fea: Ma siamo appena arrivati! – l’uomo proseguì verso l’uscita, senza prestarle attenzione
Markel: Se si venisse a sapere.. perderei la faccia.. forse anche il lavoro. NO!
Fea: Ma perché mi hai portata qui, lo sapevi che posto era!
Marjkel: Che vuoi che me importi del locale e della gente che lo frequenta! È lei che non doveva farmi una carognata così! Sua madre sempre a difenderla, sempre a ripetermi che era una ragazza d’oro!
Fea: Io non ci ho capito un piffero. Hai visto tua figlia, ti vergogni di me? Non vuoi andare a parlarle?
Markel: No.. ma che diavolo dici! Io e lei ne avremo di cose da dirci, ma non adesso in mezzo a tanta gente, che si diverta per stasera.. non so quando potrà rifarlo

Al tavolo più lontano, le due ragazze stavano ridendo, senza far caso a nulla. “…sei stanca Lè?” chiese la bruna. “Un pochino, ma la confusione mi aiuta a non pensare.. awhhh.. - si stirò la schiena - non starmi a sentire, sono sempre la solita noiosa..”, rispose l’altra.


***


Condominio, 7:45 a.m.

Lena era rincasata abbastanza tardi. Dopo aver accompagnato la sua ragazza a casa, ritornò finalmente al suo palazzo. Quella mattina, lei si svegliò e si vestì come di consueto per andare all’università. Solitamente, a quell’ora, il patrigno era ancora in ospedale, però, entrando in cucina si accorse che non era sola in casa…

Lena: Pensavo fossi a lavoro
Markel posò la sua aranciata sul tavolo: Stamattina ho tagliato di un’ora – gettò sul tavolo le pagine rimaste che aveva preso dallo scrittoio della figliastra – disgustoso..
La ragazza fissò quei fogli come se le avessero violato i segreti più profondi della sua anima: Come ti sei permesso..
Markel: Non avresti dovuto lasciarli così in vista se volevi nascondermeli
Lena: Adesso sei arrivato perfino ad invadere la mia camera.. le mie cose.. – raccolse quei fogli, li riordinò e li piegò per infilarli nella tasca della giacca.

L’uomo picchiò la mano sul tavolo con una violenza che neanche lui aveva calcolato, la mano gli diventò quasi viola. La figlia sobbalzò. Markel iniziò a parlare: Ascoltami! Tu ed io non ci siamo mai piaciuti, nemmeno all’inizio. A me stava benissimo così, fino a che, FINO A CHE, non ci saremmo messi i bastoni fra le ruote a vicenda. Ora tu stai venendo meno a questa antica regola. Non mi importa cosa ne fai della tua miserabile vita, ma se si venisse a sapere di te e quell’altra, io, in quanto tuo padre, potrei perdere la stima dei miei colleghi. È un miracolo che nessuno se ne sia accorto finora, ci sono molti studenti nella tua università, congiunti dei medici con cui lavoro.. mi domando se tua madre ne era a conoscenza
Lena: Non osare parlare di lei – affermò, stringendo i denti dalla rabbia
Markel (continuò cinicamente): Non l’hai mai confessato neppure a lei, non è così? Essere imparentati con persone guaste e viziose come te deve essere un disonore intollerabile.
Lena: Gli individui del tuo stampo non saranno mai stimati da nessuno.. evidentemente sanno fingere molto bene.. i tuoi colleghi..

Markel si avvicinò a lei: Non costringermi a risolvere tutto a modo mio – gli occhi di lei caddero sul fucile poggiato ad un lato della stanza. Le emozioni la tradirono, iniziò a tremare. Il patrigno seguì il suo sguardo e con un ghigno aggiunse: No, niente paura. Non sono il tipo da uccidere a sangue freddo, ma.. – afferrò il collo della giacca di Lena e la alzò da terra in modo che i loro occhi fossero allo stesso livello, nonostante ci fossero più di venti centimetri di differenza tra i due – ..conosco mille altri modi per sistemare la cosa. Tu sai che posso farlo.

La giovane poteva leggere negli occhi di lui l’autenticità di quelle minacce: Tu non la toccherai o ti garantisco che sarò io ad ucciderti – liberò la giacca dalle mani dell’uomo e corse a prendere il fucile – questo lo terrò io, non si sa mai cosa può passare nella mente di uno psicopatico come te !
Markel: Fa pure, ma sappi che è scarico. In parole povere Elena, voglio soltanto che per un po’ voi due stiate lontane. Voglio che non vi vedano sempre assieme. Non è un grosso sacrifico, si tratta di qualche anno.
Lena: Già.. tu che puoi saperne dell’amore.. della sofferenza che si prova a non poter esser libera di amare.. tu sei solo un pu*****ere! – Markel diventò collerico in un secondo. Lanciò il bicchiere con il resto dell’aranciata ai piedi della ragazza: “Non ti conviene continuare.”

Lena uscì di corsa da quella casa, buttò il fucile nel cassonetto di lato alla strada ed entrò nella sua auto. Lì scoppiò in lacrime, sorreggendosi sul volante.

Markel: Ca**o! Quella disgraziata mi ha fo***to il fucile! ELENA RIPORTAMI IL MIO FUCILE!! – urlò, sull’uscio della porta

Un vicino in pigiama intervenne: Non gridi! Forse le sembrerà strano, ma c’è qualcuno che dorme, che è stato sveglio tutta la notte, che sta riposando e che ha TUTTO IL DIRITTO DI FARLO!

Markel: E non rompere tu! Anche io sono stanco, cosa credi?! Tornatene a dormire..


***


Da quel giorno ne seguirono altri nove, similmente travagliati per Lena. Nell’arco dei suddetti ci fu una sorta di allentamento forzato nel rapporto tra lei e la sua fidanzata. Con un peso nell’anima, come di chi è costretto ad andare contro la propria fonte di vitalità, la ragazza iniziò a rifiutare (quasi interruppe) la compagnia dell’altra.
Quando si conosce una persona da lungo tempo, è possibile distinguere quelle piccole tracce che sfumano la copertura di una banale scusa avvolta intorno a qualcosa di ben più minaccioso. Quella tendenza improvvisa a sminuire ogni cosa che le coinvolgeva entrambe non era solito di Lena; c’erano attenuanti spesso inappropriati... “Un’altra volta Jul, devo studiare”... “No, oggi non posso venire con te, scusa.. non mi sento un granché in forma”... “Ci vediamo domani, o dopodomani...”. La bruna sentiva che le cose stavano andando male.


***


Università, 11:15 a.m.

Il professore tanto amato dalle sue allieve aveva appena terminato la sua lezione. Sistemandosi gli occhiali, talvolta era una sua abitudine inconsapevole, uscì dall’aula; prima di chiudere la porta dietro di sé e far sciamare le ragazze che lo seguivano con la scusa di approfondimenti concettuali (non che la cosa gli dispiacesse), notò la ragazza dai lunghi capelli rossastri, rimasta seduta da sola.

Professore: Mi sono appena ricordato di un impegno con altri docenti, oggi dovrete scusarmi ragazze – liberatosi di loro, ritornò nell’aula e cominciò, “Come mai ancora qui?”

Lena: Riflettevo sulla sua lezione, professore - pronunciò con un tono spossato, esausto.
Professore: Non la bevo questa. Ti dispiace chiamarmi Yan? – la ragazza scosse la testa – sembri un po’ triste. Se posso aiutarti, se hai voglia di parlare – lui si sedette di fianco a lei – avevo quasi dimenticato di come ci si sente seduti da quest’altra parte – disse, osservando la cattedra
Lena: Lei non sembra così vecchio
Yan: Infatti non lo sono. Ho venticinque anni. E dammi del tu, sennò mi ci fai sentire vecchio - sorrise
Lena: D’accordo.
Yan: Allora, parlamene, cos’è che ti rende infelice?
Lena: Se la mia felicità dipendesse solo da me.. – sospirò – ho un brutto problema Yan, uno di quelli veramente brutti
Yan: Raccontami. Forse posso darti una mano.
Lena: E’ una storia un po’ complicata. Potresti scandalizzarti.
Yan: Scandalizzarmi? Fino ad oggi sai cos’è che mi ha sconvolto veramente? Un locale di striptease dove mi hanno portato alcuni amici. Mi si è accapponata la pelle – si passò una mano fra i capelli biondi
Lena: Lo sai che non lo avevo mai sentito prima?
Yan: Sì, ma adesso non tergiversiamo. Racconta, ti ascolto e ti prometto che non mi scandalizzerò.
Lena: ..ok.. tutto ruota intorno al fatto che io sono fidanzata con una ragazza… - l’uomo restò a bocca aperta per un secondo o due.
…………………

Nel frattempo, Julia era occupata a seguire il discorso della sua insegnate. Dall’inizio di quella giornata aveva addosso una sensazione spiacevole che non l’abbandonava minuto per minuto. Una delle gambe le prendeva ad altalenare quando era soprappensiero, “Ooohhh! E falla finita!”, farfugliò alla gamba.
Un ragazzo vicino a lei: Che!?
Julia: Niente – accavallò una gamba sull’altra.
Ragazzo (oscillando una penna): Hai mai fatto caso che, se addizioni uno a uno gli estremi delle successioni, ti dà sempre lo stesso risultato? Tipo ‘2, 4, 6, 8, 10, 12’, cosicché, 2+12=14, 4+10=14, 6+8=14. Oppure ‘3, 7, 11, 15, 19, 23’, da cui, 3+23=26, 7+19=26, 11+15=26. E via dicendo.
Julia (strofinandosi la fronte): Madonna Yustin.. lasciami perdere, non stamattina, ti prego!
Yustin: Stavo giocando un po’.. che lagna che sei..

Insegnante: Attenzione! – i due ragazzi tornarono a fissare l’insegnante - Grazie! Dunque, si parlava dell’effetto della globalizzazione nei singoli stati su scala mondiale…

Ritornando nell’aula dov’erano Lena e il suo prof...

Yan: …tuo padre, cioè il tuo tutore, non vi accetta. Brutto affare, avevi ragione.
Lena: Appunto, secondo te, io come lo spiego a Julia.. lei lo odia..
Yan: Non dirglielo. Trova una scusa per starle lontano. Anzi, se la lasciassi sarebbe meglio – la ragazza lo guardò delusa e infastidita – aspetta, non fraintendermi, tu hai detto che lui potrebbe anche farle del male. È inutile denunciarlo e ti capisco, la giustizia non si preoccupa di casi ipotetici e senza fondamenta.
Lena: Le fondamenta ci sono, ma lui riesce sempre a cavarsela. Deve avere qualche aggancio sicuro. Già una volta ha fatto crollare un’accusa di aggressione. È un mostro. Comunque sia, io non la lascerò per nessuna ragione. Julia e io non possiamo essere separate.
Yan: Vi separeranno comunque. Se non tuo padre, lo farà la vita che vi si presenta a queste condizioni.
Lena: E io lascerò gli studi allora! In fondo è questa la causa di tutto.. la sua reputazione sarà salva.. ammesso che ne abbia mai avuta una. Mi troverò un lavoro.
Yan: Non dire sciocchezze! Vuoi buttare così il tuo futuro!?
Lena: Allora tu non hai capito nulla.. l’amore che provo per lei non è paragonabile a nient’altro, se posso salvarlo ci riuscirò, non mi importa come.
Yan: Sei una persona intelligente, lasciare da parte l’università danneggerà solo te, non risolverà i tuoi problemi. Sai che ci saranno altri scogli, altri limiti.

La rossa si alzò, incamminandosi verso la porta; il professore andò con lei. Uscirono in cortile, Yan continuò ad incalzare il suo punto di vista: E poi?? Che farete poi? Andrai a vivere da lei, come la prenderanno i suoi??
Lena: Basta! Lasciami in pace, non voglio più ascoltarti! – accelerò il passo, quantunque si fermò bruscamente, all’improvviso. Markel era proprio lì, davanti a lei. Li dividevano poche decine di metri e qualche studente di passaggio.
Yan: Che ti prende Lena? – vide anche lui un uomo che si avvicinava all’edificio lentamente, mentre si guardava intorno di tanto in tanto.
Lena: C’è il mio patrigno. È venuto a spiarmi.

Yan ebbe un’illuminazione fulminea. Aggiustandosi ancora una volta gli occhiali sul naso, si portò più vicino alla ragazza e le bisbigliò: Ho in mente una sorpresa per tuo padre, ma devi fare tutto quello che ti dirò.. resterà molto meravigliato, e i suoi colleghi cambieranno idea sul tuo conto.
Lena: Davvero? Che devo fare? – il giovane circondò la vita di lei con un braccio e la avvicinò a sé – che stai fa..cendo, Yan?? – aggiunse, diventando rossa
Yan: Non preoccuparti, assecondami, deve sembrare realistico – la abbracciò – non tenere quelle braccia a ciondolone, mettile intorno al mio collo.. andiamo.. realismo
Lena: Ok.. – fece come lui aveva detto – va bene così?
Yan: Perfetto
Lena: Lui che sta facendo? Da qui non lo vedo..
Yan: Sta rallentando.. e come ci sta guardando! Benissimo..

Ma anche la ragazza bruna, con lo zaino su una spalla, li stava folgorando con gli occhi; e se lo sguardo potesse uccidere... “Lena.. ma che ca**o stai facendo!?”.

Lena: Possiamo allontanarci adesso?
Yan: Non ancora, manca il colpo di scena..
Lena: Mi sento in imbarazzo.. dovrò litigare con tutte le studentesse che ci hanno visto – il giovane insegnante inclinò la testa verso il basso e congiunse le loro labbra. Lei si scostò subito, e lui riprese: “Assecondami o rovinerai tutto, collabora Lena..”. La ragazza non sapeva come uscirsene, finse di accettare quel bacio; nella sua mente c’era qualcun altro al posto di Yan.

Markel era del tutto immobile. Con gli occhi su quei due che stavano attirando l’attenzione in mezzo a tante persone, “Che razza di svergognata.. roba da non credere, ce la sta mettendo tutta per farmi perdere il controllo!”. Fece marcia indietro rapidamente, sperando di non essere visto da nessuno che lo conoscesse.

Tempestivamente, due occhi azzurri si colmarono di lacrime. La bruna, di corsa, arrivò alle spalle di Yan, voleva rendersi conto da vicino. Spinse i due da parte. Lena si sentì mancare, solamente guardandola in viso per un istante. “Non.. è quello che cr..edi” mormorò la rossa.

Yan: Ehm.. possiamo spiegarti.. ma spostiamoci da qui
Julia: Oh no.. ho già capito – arretrò e corse fuori l’istituto.
Lena: Julia!

Yan: Scusa Lena.. non immaginavo che lei ci stesse guardando
Lena: .. è solo colpa mia – barcollando, voleva correre dietro al suo amore, un braccio la fermò “Aspetta, ti accompagno, non posso lasciarti andare in questo stato”, disse il prof. Così, nella macchina di questo, andarono verso casa della ragazza bruna.


***


Villetta, 12:30 p.m.
Garage

Julia se ne stava accovacciata vicino alla vecchia automobile della madre. Una vettura che raramente vedeva la luce, ragion per cui, era impolverata e sporca. Quello che la circondava, era un posto buio con un’unica lampadina. “Possibile che tu mi abbia mentito per tutto questo tempo..?”, pensava. Aveva assistito ad un bacio molto convincente, corrisposto. Non c’erano scuse a cui aggrapparsi. “Io ti ho sempre amata.. e tu.. e tu invece..”, singhiozzò. “Per quale ragione mi hai fatto questo!!!”, e prese a calci l'automobile.

“Julia, tesoro, esci da lì, ti prego, vieni a mangiare qualcosa”, supplicò la madre da fuori la saracinesca. “Non ho fame, lasciami.. per favore” replicò, con un filo di voce. “Che ti è successo..? Parla con la mamma” – “Lasciami sola”, insisté lei. la donna si allontanò dal garage, poco prima di rientrare in casa, una macchina posteggiò davanti al suo cancello.

Lena (scendendo dall’auto): Signora, sono Elena, Julia è qui?!! – disse tutto d’un fiato
Madre: Ciao Elena, sì è qui, ma non è il momento migliore per farle visita. Non ha passato una buona giornata.
Lena: È molto importante.
Madre: Prova ad andare da lei, è nel garage, scusala se non vorrà parlarti, come ti ho detto è stata una brutta giornata.
Lena: Anche per me..

Yan: Ti aspetto qui.
Lena: No, va via, se ti vedesse renderesti la cosa molto peggio
Yan: Ma tu non dimenticare quello che devi dirle. Trova la forza per proteggerla da tuo padre.. anche se dovrà soffrire. – La ragazza asciugò le ultime tracce di lacrime sul suo viso e seguì la madre di Julia.

Madre: Julia è arriv-
Lena interruppe la donna con un gesto: Non dica nulla. Ho intenzione di parlarle, che lei lo voglia o meno
Madre: Vi lascio sole – rispose la donna saggiamente. Dagli occhi dell’amica di sua figlia non traspariva nulla di buono, e forse quel malessere le accomunava entrambe.

Tempo prima, in auto…

Yan: Devi lasciarla, adesso è il momento adatto.. la cosa migliore per tutte e due
Lena: NO! Io non posso.. – piangeva – non posso accettarlo! Non è giusto che finisca così..
Yan: Potrebbe finir peggio. Prima mi hai detto che Lui teneva un fucile a portata di mano, a cosa ti fa pensare? Secondo quello che mi hai raccontato, a me fa pensare che sia uno squilibrato in libertà, un pazzo!
Lena: Non riuscirò.. NON POSSO! Non posso farla soffrire.. non è giusto!
Yan: Ma devi, per lei.. – disse – e anche per me – pensò

Lena colpì la serranda del garage con la mano; una, due, tre, quattro, cinque, sei volte. Alla fine qualcuno la aprì. La sofferenza sul volto della sua amata era più che sufficiente per riaccenderle le lacrime, si voltò per nasconderlo: ..perdonami, non volevo che lo scoprissi in quel modo

La ragazza bruna le afferrò le spalle, la scaraventò nel garage e chiuse la saracinesca. “DA QUANDO!” urlò, senza guardarla in faccia
Lena era finita sul cofano della vecchia automobile: È successo così.. non lo avevo programmato.. te lo giuro.. è da pochissimi giorni, io non posso spiegarti come..
Julia (con gli occhi fissi sul muro del garage): Non volevi che io lo scoprissi così?? Davanti a tutti.. dimmi Lena, quante probabilità c’erano che io vi vedessi lì dov’eravate!!?
Lena: Sfogati.. insultami, picchiami.. fa di me quello che vuoi.. se riuscirai a sentirti meglio.. – la sua amata brunetta piangeva in silenzio, si sentiva solo il suo vago singhiozzare “Tu lo ami?”, chiese Julia, temendo la risposta che avrebbe seguito. La ragazza dai lunghi capelli strinse i denti fin quanto poteva, per non urlarle il vero, “Sì”, bisbigliò.
Julia (strofinandosi gli occhi): È tutto finito.. non è mai stato per sempre.. e io che ci credevo davvero in noi due..
Lena: Io ti am- ho amata con tutta me stessa, non dubitarne mai.. tutto, ma mai di questo!
Julia sembrava non darle retta: Tra due mesi sarebbero stati 3 anni.. 3 anni di sporche menzogne.. chi idiota sono stata.. per te avrei fatto qualsiasi cosa.
Lena (le tremavano gambe e braccia): Non è così-
Julia (spinse l’altra ragazza di nuovo sul cofano): SILENZIO! Tu hai sempre fantasticato su di lui, come tutte le altre.. alle superiori poi.. quelle lettere.. tutta una bugia.. una recita molto convincente, complimenti. - e continuava a rifiutasi di guardarla in volto.
Lena: NO! – strinse l’orlo della giacca dell’altra, dicendo con le lacrime agli occhi “Non è mai stata una bugia, la mia vita è piombata in un abisso senza via d’uscita dopo la morte di mamma.. tu sei stata la mia unica luce”
Julia (con uno sguardo gelido e ostile, finalmente la guardò): Oggi, tu hai estinto quella luce. Hai trovato qualcosa di meglio a cui aggrapparti. Non voglio più sapere nulla di te.. e risparmia di chiedermi di essere buone amiche.. – sollevò la serranda e la spinse fuori – la mia disperazione sarà riuscire a dimenticarti.. anche se il mio amore è condannato ad accompagnarti per il resto della vita.. - prese fiato un istante - ..se mi avessi amata anche solo la decima parte di quanto ti amo io.. a me sarebbe bastato………. Spero tu possa essere felice con lui.. ma guardati dal tuo patrigno. – schiacciò la serranda a terra e la chiuse dall’interno. La ragazza dai capelli rossi restò a contemplarla amaramente per qualche minuto; poteva ancora sentire la sua ex-fidanzata piangere. Dopo un po’, si asciugò il viso e andò via. Yan la attendeva poco distante, nella sua auto.

Più tardi, condominio, salendo al secondo piano, 7:00 p.m.

Lena (con debolezza): Perché continui a venirmi dietro..?
Yan: Ci tengo a te, so che è un momento difficile, non posso abbandonarti. Ho deciso di parlare con tuo padre a quattrocchi. Dirò che sei la mia fidanzata.
Lena: Cosa!?? – si fermò in mezzo alle scale.
Yan: Vuoi liberarti di lui!? Allora vieni a stare da me. Io ti voglio molto bene.
Lena: Ma sei impazzito?!
Yan: Se sei in questa situazione, è anche colpa mia. Vieni a vivere con me.. ti prego.
Lena: Lasciatemi in pace tutti! Che volete da me.. – esplose di nuovo in un pianto soffocante, il giovane insegnante la strinse fra le sue braccia, le strofinò la schiena gentilmente, fino a quando lei si calmò.
Yan: Lasciami parlare con lui, uno così non merita una figlia come te. Non hai nessuna buona ragione per rimanere.
Lena: Questa casa è tutto quello che mi rimane dei miei genitori.. mi stai chiedendo di lasciarla per sempre?!
Yan: Ormai non lo è più, è solo un luogo di tristi ricordi e di dolore. Guarda che io sono un tipo di cui ci si può fidare..! Non pensare che voglia approfittare di te..! Non lo stai pensando, vero?
Lena: Un po’ sì.. c’è solo una persona di cui mi fido ciecamente..
Yan: Chiaro.. Julia, al momento però ti devi accontentare di me. Saremo solo buoni amici. Se un giorno vorrai qualcosa di più.. sarai tu a deciderlo.
Lena (scostandosi dalle braccia del prof): Perché? Tu sei bello, hai un buon lavoro, sei popolare tra le ragazze.. perché io? Questa tua impazienza di aiutarmi.. non la capisco..
Yan: Colpo di fulmine. Sì. Ti ricordi quel 'primo giorno' di qualche settimana fa?
Lena: Impossibile, non puoi parlare sul serio.
Yan: Non ti sottovalutare, sei un bel tipo di ragazza. Il mio ideale che cercavo da tanto. Ma adesso non comincerai a credere che ho fatto questo per separati da lei?? Io volevo solo aiutarti, penso l’avresti fatto anche tu al posto mio.
Lena: Che sia andata così o no, non fa molta differenza. Lei non mi avrebbe mai abbandonata, e se avesse saputo, per impedirlo, forse le sarebbe successo qualcosa di orribile. Se Julia starà bene io cercherò di andare avanti anche senza di lei..
Yan: Eccellente. Così si parla. Brava. E adesso risolviamo la faccenda con quel mentecatto di tuo padre, definitivamente.

Markel non si lamentò per niente della decisione della figliastra. La cosa gli faceva un enorme piacere. Ora poteva tranquillamente dire che lei viveva con il suo futuro marito. “Tu la sposerai giusto!? Anche se è strana e ha qualche turba psicologica?!?”, disse l’uomo. “Ci sposeremo” rispose il professore, strizzando l’occhio alla ragazza, di nascosto. “Non voglio assolutamente che ritorni qui frignando perché tu l’hai scaricata!” aggiunse Markel. “Non si preoccupi, non potrò di certo trattarla peggio di quanto ha fatto lei in tutto questo tempo”, concluse e attese che la ragazza sistemasse le sue ultime cose in una valigia, dopodichè lui raccolse tutti i bagagli e cominciò a scendere le scale “Fa presto amore, ti aspetto in macchina” disse, prima di andar via.

Lena: Addio, spero di non incontrarti mai più, per tutto il resto della mia vita.
Markel: Lo stesso. Passata la libidine per le donne?
Lena lo fissò con disprezzo: Sei riuscito a rovinare l’esistenza di mia madre, sei riuscito a distruggere l’unica cosa bella della mia vita, ora, spero incontrerai qualcuno che ti riserverà lo stesso tuo trattamento.
Markel: Prego, esci pure, la porta la conosci. – La giovane chiuse la porta della sua vecchia casa e scese quelle scale per l’ultima volta. “Sarò forte mamma, ma d’ora in avanti sarò sola, aiutatemi voi”, pensò, rivolgendosi ai genitori.

Salì in auto, il prof le sorrise e le strinse una mano. “Andiamo Lena, ci aspetta una nuova vita, e forse anche nuovi amori”. Ma l’altra non la pensava allo stesso modo. Il solo sapere che avrebbe incontrato Julia tutte le volte all’università e non avrebbe più potuto avvicinarsi a lei, dirle che l’amava quando nessuno le ascoltava, abbracciarla ad ogni minima scusa; l’annientava lentamente.


***


Intanto, verso un’altro continente, c’era un’altra storia che stava iniziando…
Al telefono, 5:00 p.m.

Voce: Hai una vocina così fioca Julia.. sarò molto felice di rivederti, così potrai raccontarmi di chi ti fa soffrire. Non ci vediamo da.. cinque anni? Mi sembra ieri che volevi tingerti i capelli..
Julia: Mi ricordo, eravamo a quel concerto e qualcuno me li aveva tagliati stile rocchettaro heavy-metal.. dovevo tingerli per forza..
Voce (ridendo): Infatti, facevi molto ‘pulcino’ con quella testolina bionda a spazzola
Julia: È vero.. ma rimandiamo le rimembranze, quando posso venire?
Voce: La mia famiglia ti aspetta, vieni quando vuoi, però se ci avvisi in tempo verremo a prenderti all’aeroporto, ok? Qui in America c’è un bel via vai di gente. Ehi! Quasi dimenticavo, ci servono i tuoi documenti per trasferirti alla nostra università.
Julia: Me ne ricorderò, ciao e grazie, sei sempre disponibile
Voce: Di niente, un bacio e attenta al fuso orario! Comincia ad allenarti, da me sono le 8 di mattina in questo momento, ciao tesoruccio, a presto – riprese a ridere
Julia (pensando): Tutte queste ore.. poco importa - salutò l'amica con un “a presto” e riagganciò.

Non appena chiuse il telefono, le lacrime ricominciarono a venir giù. Quella era un’ottima opportunità per allontanarsi da ‘quello’ che le faceva male e per non lasciarsi morire dalla disperazione. Lei non era così forte da cancellare ‘amore’ dal suo cuore. Andar via era l’unico modo per non correre da lei ed implorarla di tornare ad essere la stessa di prima.
Ad ogni modo, occorreva un chiarimento definitivo. C’era stata troppa intemperanza nell’ultimo loro incontro, troppa leggerezza attribuita al loro ‘essere due’, divenuto brusco ed eccessivamente spassionato in confronto alla coppia che erano state in passato. Nell’insieme, tutto troppo sofisticato.

Lanciò un’occhiata veloce al poster fissato in alto, sopra la spalliera del letto, che ritraeva un concerto al Madison Square Garden. Stati Uniti. Aveva sempre sognato di andarci, ma non da sola.



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***Capitolo 3***


Villetta, cinque giorni dopo, 11:56 a.m.

Julia era fuori in giardino, in compagnia del padre. Nei giorni passati non si era presentata all’università. Non poteva correre il rischio di assistere ad un altro spettacolo come quello precedente. “Che strano”, pensava, “Sembrava proprio che volessero essere visti, che avessero l'intenzione di farsi vedere da me.. forse non avevano il coraggio di dirmelo in faccia.. ma oramai.. per quello che conta..”

Padre: Allora hai deciso.. parti - disse sradicando una pianta di salvia da un’aiuola; era stata interrata nell’angolo sbagliato e stava morendo. - “Sì, è una buona occasione per me, un’esperienza necessaria per quello che voglio fare in futuro”, rispose lei - ti manderò quello che ti serve per posta.
Julia: Non ce ne sarà bisogno, Bianca mi ha già trovato un lavoro. Starò al college, ha pensato a tutto lei, abbiamo una camera con un’altra studentessa - il padre annuì silenziosamente - mi passi quella sacca di terriccio? - Julia la raccolse e la avvicinò all’uomo, lui, lasciò cadere la pianta e afferrò la figlia tra le braccia invece della sacca “Spero che tornerai presto”, pronunciò con una voce roca.
Julia (accarezzandogli la schiena): Ti voglio bene.. scusa se non l’ho mai detto prima..
Padre: Anche io.. e la mamma. Da quando le hai detto che vai in America.. è stato difficile da mandar giù..

Nella camera della bruna, in un cassetto del secrétaire, c’era un libro con una dedica. Un dono di Lena: “Alla mia, con tutto quello che sento per te, la tua per la vita, Lena” - la ragazza dai capelli corti chiuse la copertina di quel libro che aveva letto decine di volte, “Una menzogna.. anche questo”, mormorò.

Era decisa a restituirlo. Dopo quanto avvenuto, aveva perso ogni valore. Ma anche perchè era un’attenuante credibile per rivederla ancora e, allo stesso tempo, per ferire lei a sua volta. Infilò il romanzo nel suo zaino, si sistemò un paio di occhiali scuri per celare il dolore che le si leggeva negli occhi, ed uscì dalla stanza. “Non è mai stato per sempre… Per te non è mai stato niente”

Una volta arrivata nel campus, ricordandosi ancora dell’orario dei corsi di astrofisica della sua ex, attese le 13 ai piedi del suo vecchio albero. Dopo pochi minuti, la vide. Avvertì una fitta al cuore quando notò la mano di lei intrecciata con quella del suo nuovo compagno. Stavano parlando, e le apparvero contenti.

Lei, la rossa, era allegra, ma nessuno poteva leggerle dentro. Tanto più cercava di rimuovere quel viso e quei ricordi dalla sua mente, tanto questi erano ricorrenti e soverchianti. Ma nessuno, oltre a lei, poteva rendersene conto.

Il professore rubò un bacio veloce alla ragazza dai capelli rossi prima di riprendere a camminare verso l’uscita. Julia assistè anche a quello, il sangue le pulsava in ogni vena, così velocemente che poteva sentirlo. Si rimise gli occhiali e scappò via, senza permettere alle lacrime di sfuggirle un’altra volta.

Yan: Le cose non saranno più le stesse adesso che sanno del nostro fidanzamento - sorrise ad un ragazzo il quale accennò loro un riso beffardo - agli esami è meglio che io non ci sarò per te.
Lena: Ti avrei chiesto la medesima cosa.. - osservando quell’albero in lontananza le venne in mente la prima volta che lei e Julia si erano date appuntamento lì. Si strofinò gli occhi sul polsino del cardigan - ..forse sarebbe ancora meglio se non ci facessimo vedere sempre a braccetto, almeno qui.
Yan: Questa cosa però mi dà fastidio. Ma guarda se adesso dobbiamo preoccuparci pure di loro.. -allargò le braccia per indicare il complesso scolastico -..dopo il tuo patrigno!- così dicendo si spostò gli occhiali per l’ennesima volta.

3:00 p.m.
“Ying & Yang”

Julia scese dall’auto e si avvicinò ai sorveglianti, dicendo frettolosamente: Mi fareste passare anche senza documento..?
Uomo: Sicuro, ti conosciamo adesso, prego entra. - lei ringraziò e di corsa si avvicinò all’ingresso del locale.

Arina stava lucidando uno dei tavoli appena sparecchiati. Lo chef, che le gironzolava lì intorno, la rendeva ancor più stressata nel suo lavoro. Finché una persona la chiamò: “Ari.. mi faresti un favore?”, chiese la bruna. “Julia, tutto bene? Hai una pessima cera”, constatò la cameriera posando lo strofinaccio.

Nel frattempo, alla villetta…

Yustin (sul ciglio della porta): Può consegnare questi documenti a Julia? - chiese il giovane consegnandole un fascicolo.
Madre: Certamente, se vuoi entrare, Julia è uscita però posso prepararti un buon caffé
Yustin: Grazie signora ma vado di fretta. Per favore, dica a Julia di chiamarmi ogni tanto.. e che la saluto. “Lo farò”, affermò la donna.
Yustin: Arrivederci.


***


Al telefono, il giorno dopo, 7:20 a.m.

Arina: …puoi passare un attimo da “Y&Y”? Ho una cosa per te.
Lena: Che cosa?
Arina: Me l’ha lasciata Julia prima di partire
Lena (balzò dal letto in un secondo): Partire?!?! Come partire?!!
Arina: Vieni qui, ti spiego a voce - aveva adoperato un tono di voce così sconsolato che la rossa sentì un brivido correrle lungo la spina dorsale. Quando Arina riagganciò, lei compose il numero di casa della sua amata bruna…

Voce: Pronto?
Lena: Sono Elena signora, mi scusi per l’ora ma devo sapere assolutamente dov’è Julia!
Voce: Non ti ha detto che doveva partire per l’America? È andata via stamattina molto presto… - silenzio – Ci sei ancora figliola?
Lena: ..sì.. grazie.. la saluto.. - riagganciò, in quel momento Yan bussò alla sua porta. “Posso entrare?”, dopo alcuni attimi di silenzio entrò e trovò la ragazza ancora sotto le coperte, con il viso nascosto dal cuscino.

Yan (sedendosi ai piedi del letto): Lena, io ho un appuntamento oggi, tu esci o rimani qui? Posso accompagnarti se vuoi
Lena (senza spostarsi da dov’era): No, ci vediamo più tardi.. - “Ok”, aggiunse lui, prima di lasciarla sola.

Su un aereo di linea, alla medesima ora…

Julia (guardando l’orologio): Se tutto va bene, quando arriverò saranno di nuovo le 3 di notte.
Una donna accanto a lei: Le tre e mezza, poi se calcoliamo la confusione negli aeroporti, le turbolenze.. anche più tardi..

Un uomo del lato opposto, ma sulla stessa fila, borbottava continuamente: Aiuto.. aiuto.. aiuto.. aiuto.. aiuto - e tremava come una foglia la vento.

La donna di prima: Continuerà a lungo?! - gli disse seccamente - la smetta! Perché ci è salito se aveva paura!
L’uomo continuava: Lei non capisce.. aiuto.. aiuto.. aiuto.. io non ci volevo salire.. aiuto..
Donna: Hostess! - la signorina le si avvicinò sorridendo - per cortesia gli porti un calmante, non riuscirei a sopportarlo per altre cinque ore.

La ragazza appoggiò la testa sul sedile e chiuse gli occhi arrossati e stanchi. Il pensiero che si stava allontanando da casa, alleviò in parte il suo stato d’animo, “Il peggio deve ancora venire Julia, meglio che ti ci abitui...”,avvisò una voce dentro di lei.


***


Erano circa le 9 del mattino quando la ragazza dai capelli rossi giunse nel locale dove lavorava Arina. Non ci mise molto a trovarla, se non serviva ai tavoli poteva essere solo nelle cucine. Una volta incontrate, le due ragazze si appartarono in uno degli angoli che faceva da sgabuzzino. Arina iniziò raccontandole la visita dell’altra ragazza e, dicendo questo, le mostrò il libro. Lena lo prese tra le mani e già non poteva più soffocare quelle lacrime che le vennero giù sul viso “Mi odia fino a questo punto..” bisbigliò. “Ma che avete combinato ragazze?! Eravate così innamorate, così felici..”, disse con dispiacere Arina. Nel libro, proprio sotto la dedica, c’era una frase scritta di recente: “L’amore mi ha resa cieca, ho creduto di morire schiacciata dalla sua potenza, ora finalmente ho aperto gli occhi.” Lena lasciò scivolare il romanzo dalle sue mani.


***


Aeroporto di Dallas, Texas, US - 3:25 a.m.

La brunetta era appena scesa a terra e si stava guardando intorno.

Bianca: Welà Jul! - oscillò una mano ma la bruna stava scrutando da tutt’altra parte - sono qui, dove guardi! - Julia la salutò e le si avvicinò, fino a quando si abbracciarono.
Julia: How are you, Bianca?
Bianca: Parla tranquillamente la tua lingua, ti sei dimenticata che ci conosciamo sin da bambine..?! Ce ne hai messo di tempo prima di tornare a trovarmi!
Julia: Come potrei dimenticarmi della mia vicina preferita.
Bianca: A proposito.. - la guardò molto bene - sei cresciuta.. credevo restassi una bimbetta a vita.
Julia: Non cominciamo a sfottere, e poi sono molto stanca al momento. Mi serve un letto.. questa giornata per me è iniziata ore e ore fa, e sarà più lunga del solito..

Bianca la aiutò con i bagagli e chiamò un taxi, “Coraggio Jul, ancora 200 km e saremo a casa dai miei, a Killeen; tra una settimana torneremo a Dallas, e ti presenterò la nostra compagna di stanza al college…”, intanto che Bianca parlava, Julia si era addormentata sul sedile, approfittando del poggiatesta.

Cica due ore dopo, le due erano finalmente a casa.

Mrs. Artamov: Juliaaaa!! Chi si rivede! - la donna le diede il suo benvenuto
Julia: Salve signora, i miei genitori la salutano.
Mrs. Artamov: Ohh, che cari.. ho tanta nostalgia delle nostre riunioni lì a San Pietroburgo. Se mio marito non avesse dovuto lavorare in America non ci saremmo mai più trasferiti.
Bianca: Ok mamma, Jul non si regge in piedi dal sonno, si è appisolata nel taxi, si è addormentata perfino sul portico mentre aspettavamo che tu ci aprissi, pensa un po’ come sta messa
Mrs. Artamov: Ma certo, scusa.. che sciocca che sono, vieni, la tua camera è al piano di sopra, Bianca accompagnala
Julia: Grazie per l’ospitalità - disse sbadigliando.


*** °°° ***


Trascorse qualche anno.
San Pietroburgo, nel vecchio condominio, al secondo piano

Al telefono…

Gregov: Ca**o Markel! Quella è gente che non scherza! Tira fuori i soldi o ti faranno la pelle!
Markel era seduto su una poltrona, con una sigaretta nella mano sinistra e una bottiglia di scotch nell’altra, il telefono lo reggeva tra la spalla e il mento: Non mi hai sentito prima.. non ce li ho i soldi!
Gregov: Come faccio ad aiutarti!?! Me lo dici perché ca**o ti sei giocato fino all’ultimo soldo!!!
Markel era tutto ubriaco, e rideva, farfugliando: Non me ne frega niente.. pensa che un tizio - singhiozzo - ieri è venuto ad ipo..te..carmi la casa.. ha detto che non avevo saldato il prestito della banca, che st****o, la mia parola non conta niente! Sono sempre un dottore del ca**o!
Gregov: Stammi a sentire adesso .. - all’altro capo del telefono si udivano strani rumori.. - Markel..? Markel?!

Il dottore si trovò davanti tre uomini vestiti di un lungo impermeabile grigio, non sapeva come erano entrati in casa, sapeva solo che uno di loro gli stava puntando una pistola nell’occhio destro.

Uomo: Alzati ca**one! - lo sollevò per il colletto e lo trascinò fuori la terrazza aperta
Markel: Che volete da me!
Uomo2: Niente amico, il capo chiede solo di saldare il conto - con l’aiuto del terzo lo alzarono da terra. "Aspettate! No! ASPETTA-", gridò il dottore, ma uno dei tre gli tappò la bocca, e poi lo scaraventarono giù dalla terrazza. Markel, dopo un volo di dieci metri, precipitò sulla carrozzeria di un’automobile.
Uomo3: Lavoro completato. Andiamo ragazzi - tutti e tre uscirono rapidamente e silenziosamente da quella casa.

Gregov (sempre al telefono): Markel! Non ti sarai addormentato?! Markel!!! - la linea si interruppe.

Il giorno seguente, la tragedia di un medico suicida era tra gli articoli in prima pagina del giornale. Yan stava leggendo il giornale in camera da letto con sua moglie: “Markel Damian, 48 anni circa, nativo di Mosca, è stato trovato ieri alle 21 in fin di vita presso il VII distretto. Il corpo è stato rinvenuto sul tetto di un’auto sotto la sua abitazione. La scientifica ha reperito elementi sufficienti per affermare che l’uomo ha tentato di uccidersi. In casa c’erano innumerevoli alcolici. Dopo il trasporto d'urgenza in ospedale, i medici sono riusciti a salvarlo ma, le sue condizioni, purtroppo, hanno pregiudicato per sempre la sua vita. Attualmente è in un coma stazionario..” “Basta così”, disse Yan ripiegando il quotidiano.
Lena (pallida in viso): Perché ho l’impressione che la cosa non ti sorprende affatto?
Yan: Tempo fa ho saputo che aveva dei problemi di soldi. Giocava Lena, si è giocato anche l’anima. - la moglie si alzò dal letto e corse in bagno, quella notizia l’aveva scombussolata, si sentiva male al punto di dar di stomaco.

Yan capì che qualcosa non andava, bussò alla porta: Lena stai bene??! Amore ti senti male?! Fammi entrare!
Lena: Tutto so..tto control..lo - riuscì a pronunciare, prima che un’altra ondata di nausea la costrinse a chinarsi.


***


Dalle parti di Killeen (Texas, US)
Stazione di guardia
1:34 p.m.

Alcune gocce colavano da un vecchio lavandino. Quel ticchettio continuo era insopportabile, quand’anche perdurava da ore, da giorni o da chissà quanto prima. Il sergente sollevò gli stivali dalla scrivania. Innervosito e annoiato, si mosse pigramente in direzione del rumore, afferrò il rubinetto del lavandino e lo strinse a due mani con tutte le sue forze. Cinque secondi dopo, la morsa dell’uomo causò lo sfacelo della piccola conduttura idraulica ed un fiotto d’acqua gli schizzò dritto in faccia: “AHOH!”.

Julia entrò all’improvviso e vide l’acqua che zampillava dappertutto: Che fai Joe, hai caldo? Volevi farti una doccia al volo?
Joe: Aiutami invece di scherzare, prendimi uno straccio o un qualcosa per bloccare l’acqua, velocemente!
Julia (simulando un ‘attenti’): Agli ordini vice sceriffo! - non trovò nulla, perciò si tolse la t-shirt e la tirò al sergente, rimase solo in una piccola canottiera - ehi! Se non me la strappi è meglio.
Joe: Grazie, perbacco Jul, tu sì che hai una faccia di bronzo, nessuna ragazza avrebbe fatto una cosa simile
Julia: Pensa a tappare il rubinetto, e chiudi la bocca. Io chiamo l’idraulico nel frattempo.

Joe (mentre terminava di fasciare il rubinetto): Sai chi chiedeva di te qualche ora fa? Samantha.
Julia: Ancora.. - sbuffando - non so più che dirle per convincerla.. le avevo spiegato come sono andate le cose.. perché continua ad insistere..?
Joe (intanto che l’acqua gli schizzava in faccia): Non lo so! Saranno affari vostri, no? E tu non dovevi darle il nostro numero privato! - finalmente terminò di fasciare il rubinetto, che nonostante tutto ancora gocciolava

La bruna prese il telefono e digitò il numero dell’idraulico. Poco dopo aver parlato con un addetto, e riattaccato, una terza persona entrò nell’ufficio dello sceriffo. Questa sentì delle voci provenire dal corridoio e si sporse.
Joe si voltò e identificò sua sorella: Kelly! Che ci fai qui?

Kelly era una riccia castana dagli occhi verdi, sui vent’anni: Ciao fratellone, ti ho portato le lasagne della nonna. Voleva assolutamente che tu le assaggiassi; sono venuta in taxi, spero non si siano rovinate - in quell’istante spuntò Julia con i capelli bagnati dagli schizzi del lavandino e ancora in tank top. Kelly diventò colorita istantaneamente e senza accorgersene la stava fissando a bocca aperta.

Julia: Allora Joe? Non ci presenti? - disse, guardando la nuova ragazza con un sorriso intrigante
Joe (asciugandosi le mani sui pantaloni): Ah, sì, lei è la mia sorellina, Kelly, e lei - indicando la brunetta - è una studentessa dell’università di Dallas che lavora in amministrazione saltuariamente, si chiama Julia.

Kelly: Tanto piacere Julia.
Julia: Altrettanto.. lo sai che sei proprio carina, non assomigli per niente a tuo fratello - si strinsero le mani.
Kelly: Anche tu sei molto carina - sussurrò, sovraccaricando il suo rossore
Joe: Ehi Jul, sintonizza l’encefalo, ho detto che è mia so-rel-la! Chiaro?! Non ci provare! - la bruna inarcò le sopracciglia.
Kelly: Cosa?
Joe: Lascia stare, dammi le lasagne - prese il contenitore dalle mani della sorella - va pure, ci vediamo dopo, và, shò, via!
Julia: Come siamo maleducati Joe.. ti accompagno io Kelly, ho la macchina qui fuori e stavo per andarmene; dovevo consegnare certe carte allo sceriffo, ma.. - fingendo di cercarlo in giro nelle stanze - ..pare che non ci sia. Le riporterò domani.
Kelly: Grazie infinite Julia
Joe: Ehi! Dove andate insieme! E l’idraulico!?
Julia: L’ho chiamato, sta arrivando, bye bye Joe - circondò la vita dell’altra ragazza con un braccio, cogliendola alla sprovvista, dopodichè uscirono dalla stazione di guardia.

Joe: Questa me la paghi Julia!!!!! - in quell’istante, l’acqua cominciò a schizzare fuori dal rubinetto anche attraverso la maglietta - M***A!

Per strada, 2:12 p.m.

Durante il tragitto, in una Chevrolet degli anni ’70 che Julia aveva acquistato per poche centinaia di dollari, le due ragazze attraversarono una strada polverosa e deserta in direzione della casa di Kelly.

Julia (al volante, parlava di sé e della sua vita): ...pensa che l'estate del primo anno credevo di friggermi solo uscendo di casa. Non immaginavo che si superassero i 33 gradi in Texas. Fa decisamente troppo caldo per i miei gusti.
Kelly: Non hai tutti i torti. Sarai abituata a temperature di tutt’altro genere in Russia - e cercò di immaginarsi da quelle parti, in pieno inverno, con la colonnina del termometro almeno un paio di decine di gradi sotto lo zero. Le vennero i brividi - pensi di tornarci presto?
Julia: Sì, devo rispettare una promessa fatta ai miei genitori. Terminati gli studi si torna a casa. E ormai non manca molto. Devo dire che il tempo è volato. Ma non è stato facile, appena arrivata riuscivo giù di lì a chiedere solo cose tipo “dov’è il bagno” in inglese, adesso riesco a parlare con te senza problemi.
Kelly: Hehe.. credi che io riuscirei ad imparare il russo se venissi là per un po’? - chiese scherzando
Julia: Non so, sembri una tipa sveglia, penso di sì - piccola pausa - ti va di vederci qualche volta?
Kelly (arrossendo di nuovo): Sì.. sarebbe bellissimo uscire con te.
Julia: Wow.. di sicuro tuo fratello ci resterà male.. meglio non farglielo sapere
Kelly: Perchè, lui che c’entra?
Julia: Devi sapere che io ho un certo interesse nelle donne.. più che negli uomini - ogni volta che toccava quell’argomento non poteva evitare sia l’altalenare della gamba (anche se guidava), sia il crescere di un’asia soffocante.
Kelly: Vuoi dire che sei..?
Julia: ..più o meno quello che stai pensando.. ma ora che sai questo.. se non vuoi più..
Kelly: Certo che lo voglio. Per me non ci sono problemi - guardando fuori si accorse che era quasi arrivata - ci siamo Julia, io abito lì - mostrò un piccolo ranch al lato sinistro della strada.
Julia si sentì sollevata: ..bello, molto Far West..
Kelly: Lo mandano avanti i miei nonni da un sacco di tempo. Io venivo spesso a fargli visita, un giorno mi hanno chiesto se volevo vivere con loro, così eccomi qui. Non che sia tanto lontana dalla casa dei miei, però con i nonni sono più libera. Penso che hai capito di che sto parlando..

La bruna annuì, intanto che fermò l’auto abbastanza vicino al ranch. Kelly le si avvicinò timidamente per salutarla con un bacio sulla guancia e l'altra, in cambio, sorrise. “Allora ci vediamo presto, verrò a trovarti”, confermò Julia, prima di riprendere la strada. Non fece caso allo sguardo della ragazza castana che seguitò ad accompagnarla ancora per qualche tempo mentre l’auto procedeva sulla strada.

Dallas University, 5:00 p.m.

La ragazza bruna parcheggiò la Chevrolet, con un fazzoletto si asciugò la fronte sudaticcia ed entrò nel campus. Non era neanche arrivata all’ingresso dei dormitori che una biondina, con un taglio di capelli simile al suo, le saltò addosso, aggrappandosi a lei peggio di un koala su un eucalipto. Questa le spiattellò una frase del genere: “Julia dobbiamo parlare, e questa volta non accetto scuse”.

Julia (con esasperazione): Samantha.. abbiamo parlato per un secolo. Non ha funzionato tra noi due, io ti avevo spiegato come stavano le cose. Abbiamo provato. Tu sei una brava ragazza, meriti qualcuno che ti ami davvero.
Samantha: Ma io amo te! - la strinse più saldamente ed implorò - ti prego, facciamo un’altro tentativo
Julia: No Sammy, non sarebbe giusto - riuscì a scollarsi da lei - io ti voglio bene, ma non riesco ad andare oltre l’affetto fraterno..

Samantha si asciugò le lacrime con il dorso della mano. Restò a fissarla per poco, poi sparì oltre il corridoio principale. “Sembra che dovrai cambiare stanza”, affermò Bianca, appena fuori dalla loro camera.
Julia: Pare di sì.
Bianca: Però potevi evitare di coinvolgere una delle tue coinquiline.. una come Sam che crede nell’amore eterno..
Julia: Lo so. Colpa mia. Le troverò un fidanzato o una fidanzata prima di tornare in Russia.. non è che tu.. per caso.. - ossservò attentamente l’amica
Bianca: Aspetta! Non farti venire strane idee, io ho già il ragazzo! E poi, pensi di risolvere la cosa così?
Julia: Ok.. però sareste una bella coppia – “Stop!”, ribadì l'altra - Scusami Bianca.. per favore, puoi andare da lei solo per vedere come sta?
Bianca: Va bene, per adesso ci penso io a dirle che sei una sfacciata, senza cuore, approfittante - pronunciò, senza convinzione nelle sue parole; ma alla ragazza bruna sembrò non interessare se l’amica parlava sul serio o meno, affermando questo prima di andar via: “Dille quello che vuoi, se la farà sentir meglio.. mi dispiace tanto, non avrei dovuto.. io sapevo che ci sarebbe stata sempre e solo Lena per me, ma speravo.. speravo..”, Bianca non riuscì ad aggiunger altro che lei era già lontana.


***


San Pietroburgo, per le vie della città, 7:48 p.m.

Per le strade meno trafficate, per luoghi che conosceva a malapena, in quegli angoli dove nessuno si accorgeva di nessuno; la ragazza dai lunghi capelli rossi trovava uno sbocco dal suo perenne disagio esistenziale. Era passato del tempo, tuttavia, era come se niente riuscisse a convincerla del fatto che non sarebbe più tornato ad essere come una volta. Né la lontananza, né il tempo. Un instante prima era come sentirsi ripetere all’infinito, dentro di sé, che aveva fatto la scelta giusta per la vita di chi amava, anche se non ne sarebbe più stata partecipe; e poi, c’era un pensiero ricorrente che si faceva largo tra tutti gli altri e la incitava a non smettere di sperare. “Non ancora Lena.. non ancora”. Ma adesso, dove poteva condurre tutto ciò...?

Camminando senza una meta, passò davanti ad una piccola boutique per neo-infanzia e donne in attesa. Fermandosi ad osservare quella vetrina le ritornarono in mente certe frasi del marito; quelle che si dicono senza riflettere, quelle che si vorrebbe aver cancellato appena dopo pronunciate...

Giorni prima, durante una discussione

Yan (con indosso solo i pantaloni): Dai Lena, e dillo che non vuoi avere figli da me per non essere costretta a rimanere! Dillo che non mi hai mai amato! Che mi hai sposato per riconoscenza, per pietà! Che pensi ancora a lei anche quando stai con me! DILLO!
Lena (sul letto, tra le coperte e le lenzuola): Io non riesco.. io vorrei.. ma non ce la faccio, perdonami - pronunciò abbandonandosi alle lacrime, poi scappò fuori la loro camera trascinando le lenzuola con sé.

Dagli occhi dell’uomo scivolarono giù due gocce salate di dolore e rammarico. In fondo lui ne era sempre stato a conoscenza, ma desiderava disperatamente che, prima o poi, quei sentimenti così forti che provava diventassero di ‘andata e ritorno’ .

In pochissimo tempo, un mantello di nubi spinto dal vento incostante, oscurò il cielo. La giovane sollevò il capo ed una piccola goccia di pioggia le precipitò su una guancia. Tirandosi su il cappuccio dell’impermeabile, riprese a camminare malgrado il lieve piovigginare.

Senza far caso ai suoi passi, si trovò dinanzi al suo vecchio condominio. Entrò automaticamente, salendo le scale fino al secondo piano, come un qualcosa che l’abitudine imprime nella nostra mente senza il bisogno di richiamarlo in memoria. Trovatasi alla porta d’ingresso non potè non notare un dettaglio che una volta non c’era. Nastri di demarcazione impedivano l’ingresso alla casa. E c’era anche un’ordinanza della banca. “Divieto d’accesso, immbobile gravato d’ipoteca”. Più chiaro di così non poteva essere. E, mentre la giovane dai capelli rossi pensava a qual fine sarebbe stato destinato l’appartamento della sua famiglia tra, asta, rivendita o cos’altro, un uomo, il vicino di casa che venne fuori in quel momento, appena riconobbe la ragazza, parlò: “Mi dispiace per suo padre.. lei non deve aver passato bei momenti”, “Sopravvivo”, sospirò Lena. Si scambiarono un saluto ed entrambi uscirono dalla palazzina.

Allo stesso momento ma in un’altro continente, le 11:00 a.m. ~

In una stanza buia, oscurata da tende e persiane, qualcuno se ne stava nel letto ad occhi chiusi, senza alcuna voglia di ricominciare un nuovo giorno. Le ragazza bruna era adagiata su un fianco, un braccio tra la testa ed il cuscino. Dopo un’altra di quasi mille notti, trascorse in quella città, ancora non era cosciente della sua nuova vita.

Bianca entrò silenziosamente dalla porta: Alzati Jul - le strappò le coperte di dosso - si esce a fare compere per stanotte!
Julia: Biaaaancaaa.. non ho voglia di uscireeeee...! - cercò di ricoprirsi, ma le lenzuola e tutto il resto erano state sradicate dalle mani dell’amica - Bianca!
Bianca: Come on! Non sei una bambina, alzati! Hai dimenticato di chiuderti dentro ieri sera, eh? Non è che forse qui con te ha dormito anche qualcun altro?

La bruna si alzò e cominciò a sfilarsi il pigiama: Sono stata da sola, e sì, avrei dovuto ricordarmi di chiudere la porta, ficcanaso! ... Ma dimmi, come sta Sam..?
Bianca: Non bene, quella poveretta si era davvero innamorata - gettò le coperte sul letto - sei stata un’incosciente.. pensa se qualcuno l’avesse fatto a te, abbandonarti da un momento all’atro.. - Julia la fissò tristemente per un’istante - ..scusa, non dovevo parlarti così
Julia: Non importa, ormai è tutto passato..
Bianca: Dimentica quello che ho detto, come posso essere così imbecille! Scusa, cancella tutto e usciamo a fare shopping nel centro della città - sorrise
Julia: A me non piace andare per negozi, si può cambiare meta?
Bianca: Stasera volevo portarti ad un party di un gruppo di vecchi amici, ti serve un tipo di abbigliamento particolare, meno usuale, andiamo, da quanto tempo è che non ti diverti..?
Julia: Non mi va per niente di vedere altra gente - si allacciò un top dietro la schiena e raccolse una gonna da sotto il letto - e se volessi restare qui?
Bianca: Vietato. Tzs..rimanere qui?? Vietato. - il cellulare di Julia iniziò a suonare - rispondi? - Julia scosse la testa ed entrò nel bagno, Bianca rispose.

Voce: Julia?
Bianca: No, sono una sua amica. Con chi parlo?
Voce: Ciao, io sono Kelly, Julia non c’è?
Bianca: Aspetta un attimino - allontanò il telefono per urlare “Julia è per te!” - “conta fino a dieci e sarà qui”- riferì all’altra
Kelly: Grazie.. - sottovoce - 1.. 2.. 3.. - Bianca, che sentiva in sottofondo, pensò “Non ci credo, sta contando per davvero! Ma da dove viene questa!”

Poco dopo

Julia: Kelly!
Kelly: Ciao, ho chiamato in un momento sbagliato?
Julia: Per niente, non avrei mai creduto che Joe ti passasse il mio numero
Kelly: Veramente l’ho preso di nascosto dalla sua agenda, quando lui si è distratto a guardare una partita di rugby - Julia iniziò a ridere - lo trovi divertente? - chiese allegramente - guarda a che mi sono ridotta pur di parlarti.. ma ora devo dirti perché ho chiamato.. puoi venire da me?
Julia: Dici adesso?
Kelly: Sì, vorrei chiederti un favore. Lo so che è sabato e forse avrai altro da fare.. se non puoi non importa
Julia: Arrivo, non ho niente da fare. Sarò lì tra circa un paio d’ore. Ciao
Kelly: Ti aspetto - riagganciò

Bianca: Sarai lì tra un paio d’ore? Ammazza che banderuola che sei! Non dovevamo uscire noi due? - “Forse le serve aiuto per qualcosa”, affermò Julia mentre iniziava a cambiarsi - beh, potevi dirle di contare fino a 7200, sono sicura che l’avrebbe fatto - scoppiò a ridere
Julia: 7200.. che significa?
Bianca: Significa che c’è già un’altro piccolo cuoricino che hai ammaliato con i tuoi occhioni, oppure che questa Kelly è un po’, come posso dire, allunata
Julia: Non ci hai preso stavolta, io e lei siamo, appena appena, amiche - tra sé - Odddiiiooo!!! Non ci voglio pensare..


***


Nel ranch, 2:10 p.m.

Kelly, pettinandosi i capelli, stava osservando la strada attraverso una finestra. Allungò un braccio senza distogliere gli occhi dal vetro e afferrò un bicchiere d’acqua portandoselo alle labbra. “Andiamo Kelly, non comportarti come una ragazzina”, si ripeteva. Infine, dieci minuti dopo, decise di staccarsi dalla finestra e scese giù.

Sua nonna era in cucina. Il nonno era andato fuori città quella mattina stessa. Ormai cominciava a sentire il peso dei suoi anni, non si sentiva più così pieno di energie per occuparsi della sua piccola mandria di bovini e, a malincuore, era giunto il momento di vendere. La nipote si era proposta come aiutante, ma egli non la riteneva adatta ad un lavoro simile, “Sei troppo femminuccia per quelli là”, disse, riferendosi agli oxes (buoi domestici).

Si udirono le nocche di una mano picchiare sulla porta. Kelly corse ad aprire, vincendo la nonna in velocità. L’anziana donna sorrise di fronte al comportamento della nipote e la seguì lentamente.

Kelly (spalancando l’entrata): Joe! Ma sei tu!
Joe (entrando in casa): E allora? Chi volevi che fossi? Uno travestito da Brad Pitt o da California Dream Men? - la sorella gli fece un gesto evasivo con la mano e ricominciò a salire le scale, fermandosi a metà di queste e pensando, “M**d.. e ora? S’incontreranno.. non viene mai questo, proprio adesso..”

Altri colpi sulla porta, questa volta più gentili. Kelly si congelò sulle scale. “Ma perché ti preoccupi tanto?! Dov’è il problema se inviti una nuova amica al ranch dei nonni?”, interpellava al cervello in esplicito disordine.

Joe aprì la porta aspettando di vedere il postino o chiunque altro, ma non lei: Julia? - la bruna aveva i capelli incerati dal gel, alcune goccioline le colavano sulla fronte e altre giù per le tempie. Quando non si fa attenzione ai particolari. Era una stagione davvero calda e le ciocche brunastre, tra il sudore ed il gel, avevano assunto una forma artistica tale da far meraviglia al pittore più fantasista. “Ci..ciao Joe”, balbettò.

Joe la fissava contorcendo le labbra per non riderle in faccia: Wè Jul.. ma sei finita con la capoccia dentro un bidone di miele.. AHahaaah.. – un secondo per riprender fiato - aahahahaah...
Julia, crucciandosi, si toccò la testa, meditando: Eww.. che è successo al gel?? È diventato una colla, ca**o! – ad alta voce - Potrei usare il bagno un momento?!

Kelly si riprese dalle convulsioni alla pancia, a furia di ridere, e condusse l’amica in bagno per mano. Serviva uno shampoo veloce. “Posso fare da me, non ti disturbare”, disse Julia. “Vieni qua” ribadì Kelly, acciuffandole la testa e schizzandole l’acqua della doccia sui capelli. “Hai dei bei capelli Julia, trattali bene” affermò Kelly mentre le insaponava la testa, e l’altra non trovò modo di sentirsi meno imbranata; ciò nonostante, il tocco di quella ragazza tanto dolce le ricordò quel calore umano che le mancava da molto tempo; per un attimo, concesse alle sue emozioni di scorrere nuovamente libere.



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***Capitolo 4***


San Pietroburgo, 1:20 a.m.
In un appartamento

Da quelle parti stava piovendo da molte ore, acqua e nevischio. Lena era da sola, nella camera matrimoniale che divideva con il suo compagno da quando si erano sposati. Quello non era stato un matrimonio felice, di sicuro non per lei. Lena non voleva sposarsi, ma la sua coscienza non riusciva a tacere davanti all’ineffabile comprensione di quel professore. Non era in grado di chiudere gli occhi e fingere che Yan l’avrebbe accettata così, senza chiedere nulla in cambio. Si sentiva in pena per lui, per quello che non avrebbe mai potuto dargli e che egli meritava oltremodo. L’amore vero. Negli ultimi tempi, il loro rapporto si era increspato; spesso litigavano, spesso lui non tornava a casa se non a notte tarda, come in quella circostanza…

Frugando nel cassetto del comò prese un antipiretico e lo ingoiò con un sorso d’acqua. Aveva gli occhi lucidi dalla febbre perciò si sforzò di individuare l’interruttore per spegnere la lampada accanto al letto. Non appena fu buio totale nella casa, il suono di una chiave, che girava nella serratura, la fece ritornare dal lieve assopimento in cui si era abbandonata.

Yan barcollava tra l’ingresso ed il corridoio, alla ricerca dell’appendiabiti. Sempre a luci spente. Canticchiava stonatamene un motivo... [“You Keep Me Hangin’on” di Kim Wilde].

Yan (saltando delle parole): …’Cause you don’t really love me, you just keep me hangin’on… - singhiozzo - …Why do you keep a comin’ around, playing with my heart… - singhiozzo - …You say you still care for me, but your heart and soul needs to be freeeee…

Lena indossò rapidamente una vestaglia e andò in contro al marito: Yan.. sei ubriaco
Yan: Tu cre..di?? – gettò le scarpe contro il muro, gli occhiali erano scivolati sulla punta del suo naso.
Lena: Ti aiuto, dammi la mano – l’uomo le circondò le spalle con un braccio

Entrati nella stanza, di impulso, Yan sciolse la fascia della vestaglia di Lena e la tirò via, insieme alla veste. “Che fai Yan!!?, chiese spaventata. “Tu sei MIA MOGLIE!”, forzò la sua bocca su quella di lei. Non era così sbronzo da agire fuori dalla ragione, ma il fatto di sembrarlo era una scusa dietro la quale ripararsi. Lena allontanò il marito con uno schiaffo abbastanza potente da ferire il labbro inferiore dell’uomo. “YAN sei impazzito!!”, gridò lei. Lui era sul serio delirante dalla rabbia, furioso. Spinse la moglie contro la parete e la schiacciò con il suo speso, strappandole la camicia da notte.

Nel buio di quella camera c’erano soltanto due occhi sbarrati dal panico a risplendere; Lena si sentì bruciare dalla febbre e la testa cominciòa girarle. Lui sembrava uno sconosciuto in quell’istante, qualcuno che voleva solo farle del male. La ragazza non riuscì più a frenare le lacrime, gridando: “Julia!!!”

Yan si staccò da lei in un lampo. Si destò da quell’afflusso improvviso di follia, prendendo atto di fin dove si stava spingendo. Ma non c’erano giustificazioni. La giovane donna si rannicchiò nell’angolo dietro la porta, stava tremando, si stringeva i brandelli della camicia da notte al petto e le lacrime continuavano a bagnarle le ginocchia accostate al sé.

Yan: ..Lena.. – lentamente le si avvicinò, coprendola con la vestaglia raccolta dal pavimento, facendo attenzione a non sfiorarla neppure. Si sentì un mostro come e peggio del suo patrigno, perché aveva promesso di non farla mai soffrire e proprio allora stava per violare la sua dignità. “..tu sei tutta la mia vita.. so che non il diritto di chiedertelo ma.. scusami”, sussurrò in lacrime, prima di lasciare la camera.


***


Intorno alla zona di Killeen, nel cottage del ranch, 3:30 p.m. ~

La ragazza bruna era stata trattenuta a pranzo dalla famiglia di Kelly. Joe non era soddisfatto della spiegazione che la sorella aveva espresso sulla presenza della ragazza. “Niente Joe, Julia è venuta a restituirmi la borsa che avevo dimenticato nella sua auto quando mi ha accompagnata a casa”, disse lei. “La tua borsa?? E da quando perdi la borsa? Sei già sclerotica sorellina?”, ribadì lui. “Quanto rompi Joe! L’ho dimenticata, punto!Tu non ti dimentichi mai di nulla??”, insisté lei.

Nonna (intanto che tentava di sollevare una cassa di contenitori di vetro): Joooseeeph.. mi dai una mano, ragazzone della nonna? Non ce la faccio da sola.
Joe: Eccomi!.. Io e te dobbiamo parlare di Julia – disse alla sorella – tu non sai una cosa.. lei.. lei non è quello che sembra
Kelly: Me ne ha già parlato Lei di questo, non soffrirai di omofobia, e Jo Jo?
Joe: Piantala di chiamarmi in quel modo! Mi devi rispetto, io sono tuo fratello maggiore!.. Omo che? Cosa ti ha detto chi?!?!
Nonna: Ragazzi basta! Joseph vieni ad aiutarmi! – il giovane fu costretto ad ubbidire alla nonna. Ma rimandò soltanto, la discussione.

La ragazza bruna, argomento della disputa, si avvicinò alle spalle della riccia castana: Io vado via, non voglio crearti problemi – affermò, passandosi una mano fra i capelli lavati da poco, erano cascanti e le coprivano parte della fronte e degli occhi.
Kelly: Scherzi?!? È un piacere averti qui. E poi ancora non ti ho detto perché ti ho chiamata stamattina. Vieni con me - le prese una mano tra la sua e la condusse fuori dal cottage.

Mentre camminavano lungo una stradina che proseguiva dietro al ranch…

Kelly (senza lasciarle la mano): Scusa mio fratello, a volte è proprio scemo.
Julia: Apposto, ci conosciamo da un pezzo io e lui. Però non mi aveva mai parlato di te, è molto geloso e non posso dargli torto. – Kelly si sentì colorire le guance, tossì per allentare la tensione.
Kelly: ..uhm.. ok.. hehe.. bene – guardandosi intorno – ci siamo allontanate abbastanza, e Joe non ha la vista di superman.. ehm.. allora io.. io volevo un fa..vore
Julia: Sì..?
Kelly: ..puoi darmi una lezione di guida? Sai, tra qualche giorno devo dare l’esame per la patente e sono un po’ maldestra nel controllo su strada trafficata..
Julia: Sicuro! Pensavo chissà che.. – sospiro – mi hai spaventata! Ma che stiamo aspettando, forza Kelly, andiamo! – le diede una leggera spinta e corse in direzione della Chevrolet – “Aspettami!”, gridò allegramente la castana.

La nonna, casualmente, le aveva aiutate a sbarazzarsi di Joe per qualche tempo. Le due entrarono nella vettura, Kelly alla guida e l’altra di fianco a lei. “Allora Kelly, qui siamo in salita, come pensi di partire?” chiese Julia, “Dunque.. con il freno di stazionamento”, rispose l’altra. “Ok, coraggio, ah.. non ti preoccupare se senti dei piccoli scoppi, è un vero scassone questa.. – picchiò sulla carrozzeria – ..però và ancora. Per i parcheggi dobbiamo spostarci altrove, qui ci sono pochi automezzi.”

Kelly (accendendo il motore): Me la cavo nei parcheggi, è che a volte mi blocco.. specie in mezzo al traffico
Julia: Ti manca un po’ di sicurezza nel controllo, a questo si può rimediare, dipende da te.. – breve pausa di silenzio - ..mi chiedevo come mai non lo hai chiesto a Joe, di farti da istruttore..
Kelly: Per carità.. lui è un buzzurro. Cosa credi, ci ho provato a farmi insegnare da lui.. ho ancora il mal di mare a pensarci – la Chevrolet prese una buca – ahu!
Julia: Rilassati, non è successo niente – posò una mano sulla spalla della castana – mi stavi raccontando?
Kelly: (schiarendosi la voce): ..ah.. l’ultima volta, Joe teneva la mano sul freno di stazionamento mentre io guidavo, diceva che sarebbe intervenuto in caso di emergenza, invece, era un continuo susseguirsi di strattoni. Una curva stretta e lui, zac! Una bestiolina ci attraversava la strada, e zac! In città poi, considerandomi del tutto inetta, ogni qualvolta che ad un semaforo mi avvicinavo alla coda di un’altra auto, zac! Dio mio.. – Julia se la rideva ad alta voce – ..non ti dico la nausea.. per non parlare delle botte che avrei preso senza la cintura di sicurezza. Ecco perché non voglio assolutamente che lui mi dia lezioni di guida.
Julia (asciugandosi le lacrime dalle risate, constatò la guida dalla compagna): Sei coordinata, per niente maldestra, vedrai che con un pizzico di fiducia in più non avrai mai incertezze al volante.
Kelly: Grazie – sorrise, stare con quella tipetta bruna le piaceva sul serio, e giunta a questo, incominciò a preoccuparsi veramente.

Trascorse qualche ora. Dopo diversi giri intorno al ranch e terminando lungo le strade di Killeen, Kelly parcheggiò la vettura e fece cambio con l’amica, ritornando sul percorso di casa. Da quel momento in avanti ci fu solo silenzio. Nessuna delle due trovava niente di sensato da dire. “Radio!”, rifletté la bruna, si sintonizzò su una frequenza qualsiasi, purché interrompesse quella scomoda quiete.

Radio: …an.. shshshss ..e ssshhh do.. shshshs ..ni ssszzzhhh e shssshh shhhht.. sssshshh ..o - cambio frequenza – OooooooOOOoooo, aaaAAAOOOaaaAAA
Julia: E che ca**o! – Kelly stava ridacchiando – cambiamo ancora!
Radio: …il tempo è quello che è, và e viene, cambia, riscalda e raffredda; ma c’è, e non si può ignorarlo: Previsioni meteorologiche – motivetto sciocco in sottofondo – A nord nubi in ravvicinamento.. – Julia la spense.
Kelly: Peccato che non hai un mangianastri..
Julia: Già.. – allungò il broncio
Kelly: Se vuoi possiamo usare il mio walkman
Julia: Come? Io sto guidando – domandò sorpresa
Kelly: Con gli auricolari, no? Ci penso io, lascia fare a me – dalla tasca sulla gamba del jeans, tirò fuori un lettore cd, e sistemò i ricevitori su di lei e sull’amica, toccandola appena per non diventare rossa.
Julia: Grazie.. ma .. mi stai facendo un .. solletico da tortura! – sbandò leggermente
Kelly: Ah! Attenta! La strada è scoscesa!
Julia (riprese la strada) Tutto ok.. – sospirò

Kelly: Vediamo un po’.. che ti potrebbe interessare.. Enigma, Sasha, Massive Attack, John Bon Jovi, Savage Garden, A1.. e questi sono una reliquia.. Tori Amos, 80’s greatest hits, Insomnia..
Julia: Ma che ti porti appresso??.. – Kelly sorrise di nuovo – dai, metti quello che preferisci..
Kelly: Ok, quello che ho tra le mani – infilò un cd e diede inizio ad una traccia casuale.

Il breve viaggio si concluse sulle malinconiche note di “Summer moved on” degli A-Ha. “Diventi sempre così seria quando ascolti della musica?”, domandò Kelly. “Solo quando.. no lascia stare, è una stupidata”, rispose l’altra. “Sei nostalgica?”, continuò. “Sono solo rimpianti, cose che non riesco a spazzar via dalla testa”, l’automobile posteggiò qualche metro lontano dal ranch, a quell’ora, il tramonto si stava già manifestando senza fretta.

Kelly: Io non vorrei lasciarti così.. – pian piano si avvicinò alla bruna, quei vivaci occhi azzurri erano diventati cupi e affascinanti più del solito – ..parlami Julia
Julia (dopo un lungo respiro): Una volta avevo una fidanzata – Kelly non rimase colpita più di tanto, come se l’aspettasse – lei era meravigliosa, non le mancava niente, e per me era tutto. Un giorno, non diverso dagli altri, mi ha portato via quello che avevo di più caro al mondo. Quel giorno ho scoperto che la nostra storia è stata tutto un inganno. Quando si ama troppo si finisce come me, smarriti, consumati, annullati. – Kelly le accarezzò un braccio – Ma andrò avanti comunque, anche da sola. Non è da me inseguire rimpianti per tutta la vita.

...Qualche anno ancora, poi saremo libere di vivere la nostra vita. Cambieremo città, andremo lontano.. saremo felici...

“Qui ci sono solo io, Lena, e certamente non sono felice”, mormorò Julia.

La ragazza castana scese, fece il giro intorno alla macchina, e si fermò davanti allo sportellodell’autista. Con un sorriso, afflitto e consolante allo stesso tempo, si chinò e posò, di sfuggita, le labbra su quelle dell’amica. La bruna ne rimase frastornata e Kelly saettò in casa in un istante, tanto per evitare che, qualcosa di troppo, rovinasse tutto.

Julia: No.. Kelly.. no.. – e colpì il volante stizzosamente. Voleva già molto bene a quella ragazzina dai capelli ricamati, e non doveva permettersi di intaccare la sua carica di vita. “Forse ho soltanto confuso un gesto d’amicizia”, pensò tornando di nuovo sulla strada per Dallas.


***


3 Luglio

“È tanto che non scrivo in un diario.
Se io sono qui ora, ci sarà un motivo. Se è andata come è andata, ci sarà un motivo. Se il mondo è ancora là fuori nei secoli dei secoli, ci sarà un motivo. Così è tutto più facile da accettare. Se stasera Yan vorrà valersi dei suoi diritti di marito, non so se ci sarà un motivo, ma so che non ce la farò questa volta a reagire. Lui mi ha chiesto di perdonarlo, a me, come se nonostante tutto potessimo tornare ad essere quello che non siamo mai stati, una vera coppia di sposi. Ed io a chi andrò a chiederlo il perdono per il dolore in cui trascino chiunque mi è vicino..? La mia vita è come una spirale sospesa a mezz’aria, per quanto possa ruotare, se al di sotto c’è solo vuoto, resterà nel medesimo maledetto punto.

Non so perché continuo ad aspettarti, amore mio. Ci sarà un motivo? Forse è solo una mia utopia per continuare a vivere. Non so se ti rivedrò mai, e se, casomai avrò la gioia di rincontrarti un giorno, troverò il coraggio di guardare ancora in quel tuo bellissimo viso, per cercare anche solo una minuscola traccia di quell’amore che bruciava di passione quando eravamo insieme. Quell’amore che io ho sottovalutato sventatamente, al punto di farti del male. Ho pagato molto cara la mia debolezza, solo dopo le vicende di questi giorni mi sto rendendo conto veramente di quello che ho fatto. Tu eri la sola che contava per me, e io invece, ho ceduto ad una scelta rovinosa per una paura cieca, senza ricordare che tu ed io eravamo Noi, e che nessun altro al di fuori di Noi poteva salvarci.”

La giovane chiuse il diario e lo ripose in una borsa conservata nell’armadio. Si diresse in bagno per bagnarsi il viso e smettere di vagheggiare. Il telefono attirò la sua attenzione. Così sollevò il cordless dal suo appoggio e rispose…

Lena: Salve
Voce: La sig.ra Elena Zinòvsky?
Lena: Sono io
Voce: Sono Thomas, si ricorda di me? Abbiamo parlato la settimana scorsa.
Lena: Sì, certamente.
Thomas: Volevo avvisarla che la sua domanda d’assunzione nell’albo docenti è stata accettata.
Lena: Allora quando posso venire all’università?
Thomas: Entro una decina di giorni, se non ci sono imprevisti.
Lena: La ringrazio davvero, mi ha dato una bella notizia.
Thomas: Ne sono tanto felice per lei, allora, a presto professoressa - concluse giocosamente.
Lena: Le auguro una buona giornata.
Thomas: Anche a lei, e mi saluti suo marito. – riagganciò.

“Mi saluti suo marito.”, forse lui c’entrava fin troppo in quell’assunzione da tempo record. Un altro debito da accollarsi, un altro gradino che si andava ad aggiungere a quella scala che la conduceva sempre più in basso e sempre più fuori strada.

Erano le sette di sera e c’era ancora luce per le strade di San Pietroburgo. La giovane donna indossò sveltamente un paio di jeans sotto la sua leggera felpa e si infilò un paio di scarpe. Nella cucina mancavano alcuni ingredienti per la cena. Almeno in quell’occasione, era compito suo adoperarsi.

Quando fu pronta per uscire, il campanello della porta cominciò a suonare. Aprì. Davanti a lei tre individui in un impermeabile grigio. Uno dei tre le tappò subito la bocca e la spinse in casa. Uno degli altri due si assicurò che nessuno li avesse visti e poi chiuse la porta silenziosamente.

“Allora, mia bella signorina, noi siamo vecchi ‘amici’ di tuo padre”, cominciò a dire uno, mentre il compagnio proseguiva a tappare la bocca alla ragazza, che li fissava terrorizzata, “Faremo in fretta, non aver paura”, continuò. Prese un foglio di carta da una tasca dell’impermeabile e lo avvicinò al viso di lei, dicendo: “Lo vedi questo? È il totale della somma che ci doveva Markel, sì, quel morto di fame del tuo patrigno.” – Su quella lista, in fondo alla pagina, la cifra intera risaliva a circa 3.500.000 rubli, dei quali, una correzione indicava che la metà era stata risarcita. Ne rimanevano circa 1.750.000 (50.000 €) da liquidare.

“Adesso spetta a te ripagarci, se non vuoi andare a fargli compagnia in un bel letto d’ospedale”, proseguì lo stesso di prima, gettando il foglio ai piedi della ragazza.

Lena sgranò gli occhi. Nessun tentato suicidio, in conclusione. L’uomo la rilasciò intimandole con una pistola di non gridare. “Io non ho tutti questi soldi..”, disse lei, tremando. “Andiamo, una ragazza bellina come te, non avrà problemi a procurarseli”, disse un altro dei tre sorridendo perfidamente.

I tre si avvicinarono alla porta d’ingresso, e prima di andar via, uno si voltò e disse “La prossima volta che ci vedremo.. meglio che tu abbia almeno una parte del denaro con te”, chiuse il portone alle sue spalle, lasciando Lena afflosciata sul pavimento, paralizzata ed in lacrime.


***


Dallas, due giorni dopo gli ultimi avvenimenti
Nell’angolo più mal frequentato nei pressi del campus
5:45 p.m.

Julia e Samantha andavano in giro fianco a fianco in quella zona. Erano alla ricerca di un loro amico, e ne approfittarono per rendere ancora più chiara la loro amicizia. “Julia.. non so se riuscirò mai a capire quello che ti passa per la testa, forse perché non sono mai stata nella tua stessa situazione.. per comprendere.. ma.. spero di riuscire a pensare a te solo come a una sorella.. prima o poi.”, la bruna le strofinò una mano lungo la schiena e le sorrise, senza aggiungere nulla.

Non molto lontano da loro due, un gruppetto di ragazzi, più o meno della loro età, le guardavano insistentemente. La bruna lo notò, e si girò a sua volta verso di loro, quelli che si scambiarono non erano sguardi amichevoli.

Samantha (sgomitando all’amica): Jul, non guardarli, sono quelli della confraternita “Venomous” (Velenoso) – infatti, quello era il marchio presente almeno su un capo del loro abbigliamento, qualcuno lo portava sulla maglia, qualcun altro sul berretto, ecc... – .. sono fanatici del Ku Klux Clan (organizzazione segreta razzista nata negli Stati Uniti dopo la guerra di secessione del 1860)
Julia: E allora?? Che vadano a fare in c**o..
Samantha (spingendo la bruna): Shhhh!! Non farti sentire!
Julia: Se continuano a fissarmi a quel modo.. – li seguiva con lo sguardo continuando a camminare.

Un ragazzo del gruppetto, uno con un tatuaggio sulla fronte che trascriveva il nome della confraternita, disse agli amici con un certo sfottò: “Ditemi se quelle due non sembrano froce..”, “Due lesbiche?” chiese un altro. “Proviamo a chiederglielo..”, detto questo, in cinque o sei avanzarono verso le ragazze.

Samantha: O mio Dio Julia.. stanno venendo da questa parte! – e senza tante cerimonie, afferrò un braccio dell’altra ragazza e lo strinse a sé.

Ragazzo (arrivato a due metri da loro): Dove andate bambolotte?
Julia ignorò la domanda di quel tipo e pensò rapidamente ad una via d’uscita: Chi è il capo? – la sua amica le stava sempre avvinghiata al braccio.
Ragazzo2: Il nostro capo?? E che vorresti mai dal capo?
Julia: Io contro di lui. E se vinco io, voi sparite dalla circolazione, per sempre.
Ragazzo3: L’avente sentita? – iniziò a ridere - ..tu contro il nostro capo??? AHAHAah
Julia: Che hai da ridere idiota!? Ti sembra che io stia scherzando? – i sei le stavano circondando poco a poco.
Ragazzo: Vuoi vedere il capo? D’accordo, seguimi – Julia lasciò indietro la sua amica, “Jul! Dove vai!?!? Vengo anch’io con te!!”, ribadì Samantha
Julia: Vattene Sammy – ed era un ordine, Samatha conosceva quello sguardo deciso, e non era discutibile. Anche contro la sua volontà, rimase ad osservarla da lontano mentre lei si allontanava con i “Venomous”.

L’adrenalina era la fonte primaria del coraggio della bruna e lei sperava ardentemente che non le venisse meno, almeno non fintando che era in gioco.
Insieme ai sei ragazzi che la ‘scortavano’ raggiunse un posto strano. Un posto strano non perché isolato e malfamato ma perché era curioso il modo in cui una cricca di studenti venisse lasciata ‘libera di fare’ pubblicamente. Quello dove si trovava era un semplice giardino pubblico.

Uno dei sei tizi precedette il gruppo. “Quando c’è bisogno di qualcuno non c’è mai nessuno per miglia”, pensava Julia, frattanto che si guardava intorno e mentre avanzava in loro compagnia.

Nel giro di cinque minuti, altri tizi, non diversi da quei sei, sbucarono chi da un lato chi da un altro e confluirono tutti di fronte a loro, nel mezzo del parco completamente deserto.

Uno, fra tutti quanti, si fece avanti. Era un tipo medio-alto, capelli neri né corti né lunghi. “Vediamo chi è questa persona che vuole sfidarmi”, pronunciò il tipo; e quando vide quella piccola ragazzina scoppiò in una grassa e grossa risata. “Questa qui e quella che ti ha sfidato, Gus”, disse uno di loro, e rise, spingendo la bruna verso di lui. Lei se ne restava muta, il sudore le scendeva ugualmente silenzioso dalla fronte. “Beh? Dì qualcosa pulce!” proseguì Gus.

Julia inghiottì a fatica: Io contro di te, se vinco io, voi tutti lasciate la zona.
Ragazzo: Insiste con questa storia Gus, forse è tocca – oscillò un dito vicino alla sua testa per spiegarsi meglio.
Julia: Allora? Che facciamo? – e se c’era un modo per non farsi scoraggiare era reagire nell’esatto opposto che loro si aspettavano, lei non sarebbe stata la piccola pulce che credevano.
Gus: Vuoi batterti?! – si mise in guardia - ..aaah.. ma non c’è gusto con te.. – abbassò le braccia – ..basterebbe un soffio di vento a levarti dai piedi – ricominciò a ridere, seguito a ruota dall’intera truppa.
Julia (sempre più sudata): Andiamo, provare che ti costa? – tra sé – forza Julia, non crollare adesso.. non lo fare, tanto non hai nulla da perdere..

Quello che sembrava il capo iniziò a camminare intorno alla ragazza esaminandola di tanto in tanto. “Ok, ma faremo a modo mio”, con un pugno colpì lo stomaco di lei, obbligandola ad inginocchiarsi. “Visto? Non ti reggi neanche in piedi, e ti ho appena toccato”, rise, e con lui echeggiava sempre tutto gruppo. La ragazza bruna represse un gemito di dolore e si tirò su malgrado il fiatone. “Non mi hai.. fatto nulla”, buttò fuori lei.

Gus: Okkey.. vuoi fare la dura e non sai che se io volessi tu saresti già morta.. – lei continuava a fissarlo – ..ma va bene, vuoi una sfida? Eccola – tirò fuori una pistola – anche se non mi è chiaro il motivo per cui ci vuoi fuori dalle palle.

Un ragazzo intervenne “È una finocchia Gus, vuole campo libero per sbaciucchiarsi in tutta tranquillità con la sua amichetta, senza occhi e mani addosso”, ancora risate.

Gus: Aahhh.. allora è questo il motivo? Coraggioso da parte tua, venire fin qui.. – le oscillò l’arma sotto al naso
Julia: Non avete capito un ca**o.. e non ho voglia di spiegarvi niente..

Gus: Non me frega niente chi sei e perché sei venuta; in fondo non ci conosci e chissà cosa ti hanno raccontato su di noi.. ad ogni modo, queste sono le regole del mio ‘tiro al bersaglio’.. - caricò l’arma - ..spero per te che tu sappia correre.. faremo a turno..

Conclusa quella frase, le sirene di alcune volanti della polizia risuonarono per le strade tutte attorno la parco, sempre più vicine.

Gus: Rimandiamo il nostro incontro, pulce – si allontanò da lei – arrivano i piedi piatti ragazzi, ognuno a casa! - gridò, poi scomparve al di là del parco.

Ma dalle volanti erano già scesi diversi poliziotti. Questi bloccarono alcuni di loro, inclusa Julia, e lei non sapeva se esserne confortata o, al contrario, temere di peggio.


***


Dallas, una delle centrali di polizia
7:05 p.m.

In una cella, insieme ad altre due ragazze forse neanche diciottenni, Julia sedeva quietamente su una branda. Quelle due ragazzine, pallide e spaventate, la tenevano d’occhio timorosamente. In lei vedevano un pericolo imminente. “Niente batticuore bambine, non vi faccio niente”, disse la bruna con un lieve sorriso. Le due di fronte, accucciate nell’angolo più distante da lei che potevano raggiungere saltarono al solo sentirla parlare. Julia si sollevò e si avvicinò alle sbarre, gridando: “Ehi!!! Per quanto volete tenermi qua dentro, eh!??! Io non ho fatto nulla!!!”, colpì le sbarre con un braccio, spaventando ancora di più le due ragazzine.

Un’agente donna, aprì la gabbia, spinse indietro la bruna e chiamò le due ragazzine: “Venite fuori, ci sono i vostri genitori”, “Che modi garbati miss”, si scappò uscire dalla bocca Julia, con un pizzico di sarcasmo, in cambio ottenne un’occhiata glaciale da parte dell’agente; la quale, mentre accompagnava le due ragazze lontano dalla prigione, aggiunse: “Non si beve quando si guida, lo imparerete mai voi giovinastri moderni…?”

Julia (ancora colpendo le sbarre): Ehi!! Per quanto ancora devo rimanere qui con voi, eh!?!?!? EHI!
Poliziotto: Fa silenzio streetwalker!! (passeggiatrice)
Julia: Streetwalker??! – aggrappandosi sulle sbarre (immaginatevi una scimmia allo zoo) – vaf*****lo, che ca**o ti inventi! Te ne approfitti perché sono rinchiusa qua dentro, eh??!!

Il poliziotto batté il manganello contro le sbarre: “Fa silenzio!”. In quel momento Joe spuntò dietro di lui, qualificandosi: “Vice sceriffo Joseph Mc Andrew, la signorina è libera sotto la mia custodia, la faccia uscire”.

Per la strada, il vice sceriffo era nero di rabbia. Una telefonata alla sua stazione di guardia aveva fatto il nome di Julia e quello della centrale di polizia vicino l’università di Dallas. Guai su guai.

Joe: Ma che ca**o ti sei messa in testa?!?! Immischiarti con gente di quella risma! La prossima volta non chiamarmi!
Julia: Se mi lasci parlare-
Joe (le strattonò un braccio): Ma che vuoi parlare! Ti rendi conto che potevano arrestarti come componente della loro banda!?!? Sei un’incosciente!! Se Kelly non fosse scoppiata in lacrime, ti avrei lasciata volentieri lì per tutta la notte!!
Julia: IO NON HO FATTO NIENTE!!! LO VUOI CAPIRE!!!! Ero lì per caso e c’era anche Samantha.. dovevo allontanarli da lei.. potevano farci qualsiasi cosa.. ho avuto fortuna
Joe: Puoi dirlo.. Samantha ha avvisato la polizia, e meno male che siamo arrivati in tempo! Non dovevate passare di là, e tu smettila di fare la spaccona! Perché devi metterti nei pasticci per salvare gli altri!?? Potevano farti veramente del male..

Più tardi, al ranch dei nonni di Kelly…

Julia si ritrovò tra le braccia della ragazza castana appena mise piede nel cottage. Kelly era ancora in lacrime e la teneva stretta a sé, non voleva sentire ragioni, non avrebbe permesso alla bruna di allontanarsi da lei, almeno non quella volta: “Devi restare qui! Ti prego, ti supplico.. non tornare a Dallas”, implorò. “Ma Kelly, io sto bene, guardami.. non ho nulla, non posso rimanere qui da voi.. si staranno chiedendo che fine ho fatto..”. “Chiamali, ti prego non andare via..”, la stringeva così forte che non c’era modo di allontanarsi. “Ok, affermò la bruna sorridendo e arruffandole i boccoli castani.

La nonna era vicino a loro due e sapeva già cosa fare: Vado a sistemarti una stanzetta – sorrise l’anziana donna rivolgendosi a Julia.
Julia (sempre imprigionata nella presa di Kelly): Grazie signora

Joe, dopo aver attivato l’antifurto dell’auto, entrò in casa in quel momento e vide le due ragazze abbracciate all’ingresso: Come mai non accogli mai il tuo fratellone allo stesso modo? – intuendo a cosa si riferisse, Kelly rispose, “Invece di fare il bietolone, và a lavarti per la cena.. immagino che voi due siete a stomaco vuoto”, e guardò la bruna, la quale annuì subito.

Nonna (dalla cucina): Kellyyyy!!! Puoi venire ad aiutarmi?
Kelly: Arrivo nonnina! – si scansò malvolentieri dall’amica e, soffiandole un bacio, si recò lentamente nella cucina.

Il fratello constatò qualcosa di diverso nel suo comportamento, a quel punto ormai aveva capito l’andamento tra le due. Kelly non era una ragazza frivola, certe cose le nascevano unicamente dal cuore.

Joe: Senti Julia.. – si avvicinò a lei – ..ti conosco ormai da un po’ di tempo.. – le poggiò un braccio su una spalla, la ragazza cercò di mandar giù un blocco che le si era formato in gola – ..quindi te lo dirò chiaro e limpido; se fai soffrire la mia sorellina ti stacco dal collo quella tua testolina tanto graziosa, intesi? – Julia accennò cautamente un ‘sì’ con il capo – ..bene, mi fa piacere che ci siamo capiti subito, e adesso andiamo a mangiare qualcosa.. – così, mantenendo il braccio intorno alla spalla della bruna, Joe la accompagnò in sala da pranzo.


***


San Pietroburgo, 8:34 a.m.

Lena era al volante nella sua automobile, nel mezzo del traffico e dei semafori, rifletteva sulla scia di debiti seminata dal patrigno. C’era stata una richiesta di prestito ad un gruppo di usurai e c’era stata una domanda di prestito alla banca per risarcire il debito più gli interessi agli usurai (il perché di tale raggiri poteva spiegarsi nel chiodo fisso di lui nel voler mantenere la cosa il più possibile segreta all’interno della sua vita di medico, ma, stando a quanto era successo, la cosa gli era sfuggita di mano), dopodichè, scoperto che l’intero stanziamento dell’uomo era ormai prosciugato, la banca aveva ipotecato ogni bene, mobile ed immobile, fino a rimborsare l’intero mutuo. Quindi, il problema della banca poteva considerarsi risolto. Adesso rimaneva quello più grave da risolvere, e lei era sola, senza la sua fonte di vitalità che le mancava come il sangue alle vene, come l’aria ai polmoni, come la luce al giorno e come l’oscurità alla notte.

Posteggiò davanti al locale ‘Ying & Yang’. Aveva un’idea per la testa, qualcosa che la nauseava, ma forse era l’unica soluzione. Mai e poi mai avrebbe coinvolto Yan, sarebbe stato come mancare di rispetto a sé stessa.

Arina falciava l’erba nel parco circostante il locale; ci mise un po’ a riconoscere la proprietaria di quella massa di capelli vermigli che avanzava verso di lei rapidamente. Spense la falciatrice.

Le due vecchie amiche si abbracciarono, ma Lena non aveva tempo per raccontare la sua storia così parlò in questo modo: “Ho bisogno di vedere il tuo capo Ari, mi servono soldi ed in fretta, forse lui può trovarmi un lavoro extra”. “Ma Lena, stai tremando.. io ho dei soldi da parte-“, disse Arina, “No, ti prego, tu non puoi aiutarmi.. accompagnami da lui.. per favore” continuò la rossa, l’amica accondiscese e la prese per una di quelle mani che vibrava, accompagnandola dentro.

Il vero ufficio del capo era al sub-livello 2, parte dello spazio celato a chi non era stato invitato a conoscerlo. L’ascensore aveva un piccolo sportello nascosto dietro ai normali pulsanti dei piani aperti ai visitatori normali. Coperti da quello sportello c’erano altri tre tasti, sub-livello 2, sub-livello 3 ed un tasto bianco senza alcuna dicitura.

Arina si fermò nell’ascensore quando questa aprì le porte al sub-livello2. “A me è vietato proseguire”, per cui chiamò un uomo che passeggiava lungo un corridoio che era illuminato da candelabri appesi ad entrambi i lati. “Accompagnala dal boss”, chiese la cameriera all’uomo di guardia, e poi riferì a Lena “Non spingerti oltre quello che sei, Lena, ci saranno anche altri modi per risolvere il tuo problema”. La rossa le strinse le mani per ringraziarla e, con decisione, seguì quell’uomo nel lungo corridoio.



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***Capitolo 5***


Seguendo il sorvegliante al sub-livello 2, la giovane rimuginava su quello che stava per fare. Una parte di lei voleva solo fuggire nella direzione opposta. Appena lui si fermò davanti ad una porta, il cuore le saltò in gola. Arrivata fin lì, non poteva più tornare indietro. “Aspetta qui”, le disse l’uomo prima di bussare ed entrare nell’ufficio.

Quando una voce la invitò ad entrare a sua volta, Lena si fece avanti con riservatezza. Al di là della scrivania sedeva un tipo con un paio di baffetti dall’espressione vagante. “Vieni, non temere”, assicurò lui gentilmente. Quella stanza era poco illuminata, in sottofondo si ascoltava una gradevole base lounge. Non si vedevano chiaramente tutti dettagli, c’era un’illuminazione molto povera; nel totale, sembrava un ambiente di calma e relax, non un ufficio.

Proprietario: Dimmi tutto. - si accese un sigaro
Lena (strofinandosi le unghie): Ho bisogno di un lavoro che paghi bene
Proprietario: Con calma.. con calma.. - aspirò una boccata del suo sigaro - vuoi dirmi come ti chiami?
Lena: Vorrei che lei mi chiamasse Juliana Krislava.
Proprietario: Ok, Juliana Krislava. Se sei scesa fin qui, sai sicuramente di cosa ci occupiamo noi tutti. - poggiò il sigaro nel posacenere e si alzò dalla poltrona - ..il guadagno dipenderà principalmente da te.
Lena: Cosa dovrei fare esattamente?
Il capo si rimise il sigaro fra le labbra: Ricevimento di alcuni clienti particolari. Poi, gli sviluppi di quello che seguirà potrai deciderli tu.
Lena: Che generi di sviluppi?
Proprietario (affumicando l’ufficio): Compagnia.. amicizia.. puoi guadagnare anche fino a 20.000 (~ 577 €) con un paio di clienti generosi, se poi.. decidessi di ‘andare oltre’..
Lena: No. - replicò seccamente.
Proprietario: D’accordo. Passa da me questa sera, scegli pure l’abbigliamento che preferisci. - spense il sigaro e lo infilò nel taschino della giacca che indossava.
Lena: A stasera. - salutò e andò via. Fuori, il tipo che l’aveva accompagnata si accertò di riportarla nell’ascensore fino al livello base. Arina, che stava terminando di sgomberare un tavolo, la vide uscire dal locale, “Vorrei sapere in che ti stai cacciando, Lena…”.


***


Quel giorno, al ranch vicino Killeen, 9:12 a.m.

Nella stanzetta degli ospiti, Julia sonnecchiava sotto una coperta e mezzo lenzuolo, il suo continuo girarsi nel letto aveva spinto il resto giù dal materasso. Quando si era coricata, la sera prima, c’era un forte odore di naftalina dappertutto. Probabilmente da parecchio tempo nessuno la occupava. E quell’odore era stata la causa insonne della ragazza bruna.

Dopo essersi rivestita, scese; sviando la cameretta di Kelly senza far rumore. Ma la ragazza castana era già in cucina, stava preparando una delle sue colazioni non inferiori alle 1000 calorie per la sua amica, e forse anche per gli altri…

Kelly (con un grembiule intorno alla vita): Julia! Sei sveglia finalmente! - e sorrise.
Julia: Che fai.. - sbadiglio - ..già in cucina..? - secondo sbadiglio con lacrimucce agli occhi. “Quasi quasi torno a letto”, pensava la bruna.

Kelly: Preparo la colazione, non si vede? - disse entusiasta, maneggiando un tegame ed un paio di piatti.

Julia, sbadigliando ancora, pensò: “Meglio che non le dico l’effetto che mi sta facendo questo odore di fritto”, si coprì la bocca con una mano e andò a sedersi intorno al tavolo. L’amica le sistemò subito una padella fumante sotto il naso.
Kelly: Allora.. cosa preferisci? Bacon? Frittelle? Toast?... - la ragazza bruna portò anche l’altra mano sulla bocca e cominciò a sbiancare. “Grazie.. Kelly.. penso che andrò prima un minutino in bagno..”, così dicendo balzò in piedi e si affrettò fuori dal cottage.

Kelly: Il bagno è dall’altra parte, Julia!

“Aria.. aria fresca..”, sussurrava la bruna sulla veranda. Respirando profondamente si sentì subito meglio. Con tutto ciò, nel momento in cui apparve Kelly, porgendole un toast in un tovagliolo, lo stomaco le ricominciò a volteggiare.

Julia (di nuovo con una mano sulla bocca): Ti.. rin..grazio .. ma non ho mol..ta fame.. adesso.. - scese fuori, nel ranch - maga..ri più tardi - allontanandosi - vado a fare una corsetta…

Kelly: Ma così si raffreddaaaaa! - l’altra si allontanava sempre di più - ..quanto sei strampalata Julia..

Più tardi, dopo che Julia tornò dalla sua corsetta clandestina, fu costretta dagli occhioni giocondi di Kelly ad ingoiare almeno un toast. I nonni erano ambedue felici di conoscere meglio ‘l’amichetta della nipotina’. Così la chiamavano. Per la nonna, bastava che Julia nominasse l’università per ottenere la sua approvazione come persona; per il nonno, calma piatta. Il suo interesse principale era il football americano e la ragazza era a corto di argomenti a riguardo.

Joe era andato a lavoro di mattina presto. Julia era libera dall’università per tutto il giorno, aveva avvisato la sera prima, e Kelly le fece una proposta: “Perché non andiamo a fare un giro fino al fiume Colorado? (fiume del Texas che scorre abbastanza vicino Killeen [dal ranch erano 40 km ~] e attraversa la città di Austin, sfociando nel Golfo del Messico).” - “Volentieri, se non è troppo lontano”, le rispose Julia. “Per niente lontano, e poi domani ho l’esame per la patente, devo fare pratica, no?”, sorrise alla bruna.

Nella Chevrolet, che tra uno scoppietto e un po’ di fumo continuava a muoversi, le due ragazze viaggiarono serenamente tra le smisurate pianure del Texas. Guidava Kelly, e conduceva l’auto piuttosto bene, constatò Julia. A quel punto però, erano sole, c’era silenzio e la radio stravecchia dell’automobile gracchiava e basta; c’era un argomento che a forza di cose era stato messo da parte, ma adesso nessuna delle due voleva farne parola. Per parlare di che, poi? Poteva essere un niente così come poteva essere ogni cosa; la bruna non osava ricordarlo. Meglio dimenticare. E poi c’era un’atra vociona che le rimbombava in mente “…se fai soffrire la mia sorellina ti stacco dal collo quella tua testolina tanto graziosa, intesi?”, e che voce convincente era quella…

Kelly: A che pensi? - fine della tranquillità.
Julia: Niente.. pensavo che manca poco prima di ritornare a San Pietroburgo.
Kelly perse quell’aria entusiasta che le apparteneva sin da quando si era svegliata: ..oooh.. e quando sarebbe?
Julia: Massimo due mesi. Mi mancano i miei genitori..
Kelly: Ti manca anche lei.. - le sfuggì quella frase che non avrebbe mai detto in altre circostanze.
Julia (con una certa animosità): Mi mancava molto i primi tempi, la vedevo ovunque mi voltassi, ma adesso è diverso - confermò sinceramente - e poi, chissà che ne sarà stato di loro.. - mormorò.

Kelly tacque per il resto del viaggio e l’altra sembrò non desiderare nulla al di fuori del silenzio. Raggiunsero il fiume. La Chevrolet parcheggiata lì vicino, qualche persona che si rinfrescava nelle acque, altri che andavano a passeggio, e infine c’erano loro due. Proseguendo lungo il fiume, si raggiungeva una zona che attraversava la vasta vegetazione del Texas dove vi erano alberi di cedri, alti decine di metri, che ombreggiavano la pianura difendendola dal sole estivo. Kelly raccolse una foglia di una pianta vicino la riva e si sedette ad ammirare l’orizzonte. Julia si unì a lei senza dir nulla.

Kelly (osservando la superficie del fiume e giocando con la foglia): Te la senti di parlarmi di lei?
Julia: Meglio di no, non voglio ricordare tutto da capo. Ti spiace?
Kelly: No, se non vuoi, non importa.. come si chiama però me lo dici?
Julia (carezzandosi i capelli): Lena
Kelly: ..um.. mi dispiace che ti ha fatto soffrire, tu hai tanto dentro da dare a chi ami.. - si girò verso di lei - ..posso sentirlo solo standoti vicina.. ed io ho quasi paura di avvicinarmi troppo a te.. - la ragazza bruna la guardò a sua volta - ..come se poi non potessi più allontanarmi..
Julia (accennando un sorriso): Kelly.. da come stai parlando sembra quasi che.. mi sembra che..
Kelly: ..devo dirti una cosa Julia.. - la bruna ingoiò ed annuì contemporaneamente - ..sai, quando ieri mio fratello mi ha detto che l’avevi chiamato perché ti avevano arrestata, io mi sono sentita mancare la terra da sotto i piedi.. mai prima di allora..
Julia (appoggiandole una mano sulla spalla): Ehi.. io sono qui, non è successo niente.. dai piccolina.. - e le accarezzò le spalle.
Kelly: ..lo so.. ma in quel momento.. - gli occhi lucidi le scintillarono - ..ho avuto paura come quando si rischia di perdere una persona che ami.. - Julia sussultò all’ultima parola, la ragazza castana si voltò verso di lei, con in mano quella foglia e con due lacrime pronte a sporgere dagli occhi smeraldo - ..ti sto dicendo che.. non avevo mai provato nulla di simile per nessun altro se non per la mia famiglia..

La giovane bruna fu di nuovo assalita da uno stato d’ansia che andava man mano aumentando. Presa dal nervosismo, con la mano sinistra raccolse dei piccoli sassi, tirandoli nel fiume uno ad uno con la destra. Kelly tornò ad osservare il fiume, e ammirò alcuni bambini che giocavano lì vicino. Improvvisamente si sollevò e lasciò cadere la foglia che teneva in mano sulle ginocchia dell’amica. Dopo questo, scappò in direzione dell’automobile.

Julia si voltò velocemente e la vide correre. Raccogliendo quella foglia notò che c’era una piccola incisione fatta grossolanamente con le unghie ‘I LOVE Y’. Si alzò anche lei e raggiunse l’amica di corsa. Non appena Kelly la vide avvicinarsi con quella foglia tra le mani, sollevò entrambe le braccia come se volesse fermarla dal dire qualcosa e urlò: “Lo so! Non dire niente, non dire niente!”, Julia voleva abbracciarla ma non fece nulla se non fissarla in trasparenza. “Kelly..”, “Non dire niente Julia, per favore, lo so già, volevo che tu lo sapessi, e nient’altro..”, la castana si asciugò alcune goccioline dal viso e disse: “Torniamo prima che Jo Jo venga a cercarci”, sforzandosi di sorridere.

Julia la vide salire nella Chevrolet e poi infilarsi un paio di occhiali da sole sul naso. “Perchè proprio io piccolina..? Io non sono come tu dici.. dentro ho solo un infinito spazio vuoto..”, meditò la bruna infilandosi quella foglia all’intero della t-shirt che vestiva.


***


Giunse la sera a San Pietroburgo, erano le 9:00 p.m.

Lena era nella camera matrimoniale dell’appartamento che condivideva con il marito. Lui non c‘era. Se potevano evitarlo non si parlavano, e ancora meno si vedevano. Da quella notte scorsa, dormivano in camere separate, ognuno passava il suo tempo libero lontano dall’altro. Benché Yan avesse tentato di riavvicinarsi, nella sua testa c’erano sempre le grida di quel nome a bloccarlo; quel nome che gli impediva di essere felice con sua moglie, e che adesso gli impediva addirittura di sfiorarla.

Ma si tirava avanti lo stesso. Nel giro di poco tempo, la signora Elena Zinòvsky avrebbe ottenuto una cattedra all’università e, quella sera stessa, Juliana Krislava avrebbe intrapreso la sua professione notturna.

Stava cercando nel suo armadio qualcosa da mettersi addosso. “Che cosa..? Che cosa..?”, si interrogava. Non voleva apparire per una donna leggera, ma non poteva essere sé stessa. Un bel problema. Trovò un lungo vestito color azzurro acqua. Un abito regalatole dal marito che aveva indossato una sola volta nella vita.

Finì di prepararsi e raccolse la borsa dal comò; all’interno di questa conservava una foto, di lei e Julia insieme, scattata durante la cerimonia di fine anno alle superiori. Lena la prese tra le mani contemplandola per qualche secondo poi la ripose, trovò le chiavi all’ingresso ed uscì di casa.

Nel corso di una mezzora, raggiunse quel locale per la seconda volta dopo anni di assenza, “Ying & Yang”. Non aveva più messo piede in quel posto per molto tempo, e solo allora realizzò che i due sorveglianti di una volta non erano più alla loro postazione. C’era un altro tizio, un armadio ambulante.

Uomo: Documenti signorina
Lena (tirò fuori la patente): Eccolo - con un gesto della mano il sorvegliante le consentì l’accesso.

Stabilite alcune regole nell’ufficio del principale; e principalmente: 1) Non scambiare mai numeri telefonici o indirizzi privati con i clienti, 2) Evitare categoricamente di stringere relazioni progressive con i clienti, se non all’interno del lavoro stesso, 3) In caso di infrazione (con questo termine si intendevano svariate cose), dall’una o dell’altra parte, informare il soprintendente senza prendere proprie iniziative; il lavoro ebbe inizio.

E queste regole erano ben comunicate sia ai sunnominati clienti che ai ‘dipendenti’.

Lena si ritrovò sbalzata al sub-livello 3, dove, in uno spazio non troppo diverso (se non per l’atmosfera) dal pub di qualche piano più su, vi erano persone sedute intorno ai tavoli come di costume in un qualsiasi locale serale. Un ragazzo diciannovenne si avvicinò a Lena presentandosi: “Io sono Frost, e tu devi essere Juliana, giusto?”, “Giusto”, confermò la giovane continuando a guardarsi intorno. Il ragazzo la prese sottobraccio ed intraprese con lei una lenta camminata verso il bancone, intanto cominciò a spiegarsi: “Questo è il tuo primo giorno, il capo mi ha chiesto di spiegarti come funziona la cosa da vicino.. innanzitutto, il posto in cui ti trovi, non è un ambiente corrotto, qui la gente viene per rilassarsi e noi, tu, io e gli altri, non siamo squallida mercanzia di piacere, non ci pagano per performance straordinarie, e non facciamo quello che non vogliamo...” - lei lo ascoltava solo parzialmente, quel giovane sembrava alienato dall’ambiente che li circondava, ne parlava come se quella fosse un’ordinaria professione la cui rendita era abbastanza soddisfacente.


***


Quindici giorni dopo, Dallas University, 5:00 p.m.

La ragazza bruna era nella sua camera singola, seduta sul letto, e stava parlando al telefono con un vecchio amico…

Yustin (protestando): Sono mesi che non ti fai sentire!
Julia: ..hai ragione, scusa, ho avuto da fare con gli esami
Yustin: Una telefonata in più non ti costava poi molto..
Julia: Lo dici tu, le tariffe per le extracontinentali sono piuttosto care..
Yustin: Tirchia!
Julia (ridendo): Okkey.. non dicevo sul serio.. - tornò seria in un secondo - raccontami di loro..
Yustin: Del prof. Zinòvsky e di sua moglie? - Julia non riuscì a rispondere in un primo momento - ehi? Jù?!
Julia: .. così si sono sposati..
Yustin: Sì, e precisamente, cinque mesi fa, appena lei ha preso un dottorato in astrofisica. Ti ricorderai sicuramente che erano la favola dell’università..
Julia: ..già.. ti richiamo appena posso, forse è più probabile che prima ancora ci vediamo di persona, non mi manca molto..
Yustin: Non vedo l’ora di rivederti, ti saluto. Ah! Hai notato che 1+1÷1-1x1 è uguale a 1? - alla bruna non fregava più di tanto che risultasse uno.. il numero 1 poteva anche essere il quadrato del quoziente intellettivo del suo amico, lei aveva un solo termine infinito che le ruotava per la testa, quel Noi che non esisteva più nel cuore di chi amava.

Dopo aver riagganciato e fatto una doccia veloce per scacciare i cattivi pensieri, indossò qualcosa, giusto per vestirsi, e se ne andò dal campus. Camminando per circa due km, e attraversando un breve tratto vicino la “Stemmons Fwy”, si ritrovò al “Trinity River Greenbelt Park”.

Dallas era la seconda città del Texas quanto a importanza. Negli anni che aveva trascorso all’università, la ragazza non si era mai davvero interessata a visitarla come si deve, se non per andare una volta con alcuni compagni al “Texas Stadium” o visitare il “Museum Of Art” e il “Dallas Theatre Center”. Parte della storia di quella città si focalizzava soprattutto nel ventennio degli anni ’50 e ’60 (assassinio del presidente americano John F. Kennedy, nel novembre del 1963), periodo in cui vennero edificati i principali musei e atenei.

Faceva molto caldo. La giovane bruna riusciva a mettere il naso fuori dalla sua camera solo nel tardo pomeriggio, e nonostante il torpore impostole dalla calura, pensava e ripensava a quell’ultima telefonata: “È inutile che piangi, tanto nulla la riporterà da te..”, si diceva sfregandosi gli occhi. Dunque alla fine si erano sposati, e quindi loro due non erano mai state le anime gemelle in cui aveva sempre creduto. Sembrava proprio che fosse giunto anche per lei il momento di rassegnarsi definitivamente e voltare pagina.

Vicino ad un albero del parco, sostenuto dal tronco di questo e in uno stato incidentale, c’era un ragazzo che le parve di aver già incontrato, forse assopito. “Gus?” Si domandò lei. Appena fu più vicina vide una siringa vuota da 1,5 ml nella mano sinistra di lui. La pelle di quella mano era di un colore bluastro, come il resto del braccio e parte dell’altro, compreso il viso. Lei gli si avvicinò rapidamente scuotendogli le spalle: “Ehi! Svegliati! Ehi?!!”, il ragazzo sembrava semicosciente, il torace si sollevava faticosamente nella respirazione. La ragazza lo schiaffeggiò, lui aprì gli occhi per metà, fissandola di traverso “..hmum.. chi sei..? Vattene.. VATTENE!” spinse Julia a terra e le puntò l’ago della siringa al viso, “Vattene! Vattene!”, continuava a gridarle tremando.

La bruna chiamò il 911 senza pensarci troppo a lungo. Sempre assicurandosi che il tipo non perdesse i sensi, attese impazientemente quei pochi minuti prima di sentire la sirena dell’autoambulanza avvicinarsi.
Il galletto dei “Venomous” faceva uso di droghe pesanti, eppure, ricordandosi di quella volta, le sembrò talmente insensato; in quel preciso momento lui era con la testa in un altro mondo, sorrideva e digrignava i denti, completamente disorientato.

Due infermieri con una portantina si inginocchiarono vicino al ragazzo, cominciarono a controllare il suo stato generale, intanto l’altra ne spiegava ulteriori elementi, prima di tutto indicò la siringa.

Infermiere: Overdose, prepara immediatamente una fiala di Narcan (farmaco che può neutralizzare gli effetti dell’eroina) - disse al collega.
Infermiere2 (a Julia): Da quanto tempo è in questo stato? - intanto che preparava l’iniezione.
Julia (in piedi vicino a loro): Non saprei di sicuro, io l’ho trovato così solo 10 minuti fa. - il sudore le scorreva giù dalla fronte.

Un gruppetto di gente si stava affollando lì vicino. Tempo di altri cinque minuti, che Gus venne caricato nell’ambulanza e trasportato d’urgenza in ospedale. Julia era ancora insieme a lui. “Meglio che gli resti vicino, un parente o un amico può aiutare parecchio in questi casi”, le disse uno degli infermieri. Di fronte a tutto ciò non era il caso di precisare i dettagli del loro primo e unico incontro.

Molto più tardi, verso le ore 9:02 p.m.
Policlinico, reparto First Aid and Emergency

In una stanza con un solo posto letto c’era un piccolo lume che metteva in chiaro i profili del giovane nel letto, con una flebo nelle vene, e della ragazza sedutagli accanto. Lei non sapeva perché si era convinta ad assisterlo. Dopotutto quello lì non era un bel soggetto, e forse, se riuscisse a rimettersi in piedi, come aveva riferito il medico, non esiterebbe a riprendere con lei quel ‘tiro al bersaglio’ di cui parlava. “uhmmmMMM”, mugugnò la bruna stirandosi la schiena dolorante sulla sedia. “Beh.. io la mia buona azione l’ho fatta”, si alzò e fece per andarsene “Tanti saluti galletto.. stammi bene”.

“Aspetta, pulce..” , sussurrò lievemente una voce appena risvegliata.

Julia lasciò la maniglia della porta e si voltò. Gus si era girato verso di lei e la guardava debolmente, implorandola con lo sguardo di restare. “Vedo che adesso ti ricordi di me.. come và?”, chiese la bruna tornando a sedersi. “Ancora vivo”, rispose lui.

Julia: Quella roba che ti fai.. meglio che lasci perdere. Il dottore dice-
Gus: Non me frega un ca**o di quello che dice il dottore!!! - la ragazza si sollevò di nuovo e sistemò la sedia in un angolo, senza dire niente si riavvicinò alla porta - aspetta.. scusami, non andartene..
Julia: ..va bene - rimise la sedia un’altra volta dov’era e si risedette - ..il dottore dice che la prossima volta sarà la tua ultima. Devi disintossicarti in ospedale.
Gus: ..e che poteva dirti un medico del ca**o.. li conosco già quelli come loro.. ma io voglio andarmene da qui - si mise seduto - aiutami ad andarmene..
Julia: Ehi! Non fare ca****e! - lo spinse giù - hai così tanta voglia di morire?? Eppure l’altro giorno non mi sembravi uno così stupido.. st****o sì, ma non ti facevo anche un’idiota
Gus (con un mezzo sorriso): E tu perché hai aiutato uno st****o?
Julia: Passavo di là e non mi andava di farmi i ca**i miei, sai com’è, a volte capita.. - sorrise - ..è meglio per te che non ti alzi, che non fai st******e tipo scappare, che parli educatamente con i medici e che mi spieghi come mai eri nel parco con un cannone nelle vene. - disse, avvicinandosi a lui ancora di più con la sedia.
Gus: Non mi và di parlarne, io non mi faccio di eroina, qualcuno me la ficcata nelle vene senza che potessi farci nulla, ma tanto tu non mi credi, così come quei ca**o di medici là fuori.. - si girò su un fianco dando le spalle alla ragazza
Julia: Questo spiega perché stavi per rimanerci secco, c’era una dose sballata in quella siringa. Ti credo galletto, tranquillo - azzardò una pacca sulla spalla scoperta del giovane. Gus si voltò con un’espressione molto meravigliata ma sorridente. “Grazie pulce.. anche per avermi salvato la pellaccia”.

In quel momento entrò una giovane infermiera e spiegò che l’orario per le visite era terminato. Accompagnò Julia fuori la stanza, ma dopo che questa salutò il ragazzo con un’altra pacca sulla spalla. “Ciao pulce”, disse lui, “Ciao galletto”, disse lei.


***


San Pietroburgo
Nell’appartamento dei Zinòvsky, 7:45 a.m.

Lena e il marito erano in cucina per la colazione. Da alcuni giorni entrambi lavoravano nella stessa università e ambedue si vedevano molto più spesso. Per coprire la faccenda del lavoro notturno Lena disse che si trattava di un’opera di aiuto umanitario per i senzatetto. Dato che di giorno lavorava, non le restava che la notte da dedicare al suo prossimo. Il marito non si intromise, benché fosse molto preoccupato per la sua salute. Lena dormiva poche ore, non mangiava abbastanza, era sempre priva di energie e tremava, come quella stessa mattina. Mentre stava versando del caffé nella tazza la mano le vibrò involontariamente rovesciando il liquido bollente sulla tavola. Lei, agitatamente, strappò un foglio dal rotolo di carta assorbente e si affrettò a ripulire, Yan le afferrò la mano e la costrinse a guardarlo. “Cosa c’è Lena?”, domandò gentilmente. La abbracciò e bisbigliò: “Cosa ti sta succedendo..?” - la giovane donna non disse nulla, restò immobile, fra le braccia del compagno, fissando un punto qualunque nel vuoto di quella cucina. Ormai si sentiva come se nulla più le appartenesse realmente, neanche la sua vita. Era tutto come in un programma; svegliarsi, uscire, vedere gente, fingere di esserci, tornare, riuscire, ritornare, riposare per un po’ e ricominciare da capo. Quello non poteva dirsi vivere.

La sera precedente, ad uno dei suoi appuntamenti…
1:23 a.m.

Un uomo, sulla cinquantina, conduceva a braccetto Juliana Krislava verso l’esterno di un teatro dove avevano trascorso qualche ora tra gente di un certo livello che li immaginava come loro. Una coppia ricca e felice. Dopo le prime serate di attività, la ragazza dai lunghi capelli si stava accorgendo di quanta ipocrisia veleggiava tra la maggior parte delle persone, disposte a qualsiasi cosa per salvare le apparenze; un po’ come il suo vecchio patrigno.

Quando si erano allontanatati parecchi metri dal teatro, l’uomo le lasciò il braccio: Allora mia cara, il tuo compito è finito - prese delle banconote da sotto la giacca - ecco quanto ti devo.. - le consegnò la somma pattuita con il proprietario, parte della quale era già stata incassata dal medesimo tempo prima - ..se vuoi un extra.. - il tipo sorrise e Lena spalancò gli occhi, poi sollevandosi l’estremità dell’abito corse più velocemente che poteva lontano da lui - Aspetta Juliana! Volevo solo darti la mancia! - gridò l’uomo, ma quelle parole non la raggiunsero.

La giovane correva e le lacrime le bagnavano il viso, fino ad annebbiarle la vista della strada. Trovò un angolo per appoggiarsi e pacare il suo pianto. Aveva avuto paura. Quella vita la stava uccidendo una seconda volta. “Julia.. esisto ancora per te..? Julia..”, mormorò sulla strada di casa.

Lena si scostò dal marito e terminò di asciugare la tavola, in seguito disse: “È ora di preparaci, io vado a vestirmi Yan”, così tornò nella loro camera e chiuse la porta.

“Forse è colpa mia.. non avrei mai dovuto chiederle di diventare mia moglie.. forse adesso sarebbe felice”, rifletté il marito.


***


Presso la zona di Killeen, al Ranch
2:00 p.m.

Erano passate due settimane da quando Kelly aveva parlato con lei l’ultima volta. La ragazza bruna non aveva osato telefonarle. Solo quella mattina si decise ad andare da lei.

Nella camera personale di Kelly, attraverso la finestra, il fratello scrutava i movimenti di Julia con una certa indignazione. “La tua Julia è qui”, riferì alla sorella.

La ragazza castana non stava attraversando un buon momento e tra quello di cui non aveva bisogno c’era anche l’apprensione fuori luogo del fratello che aveva constatato l’improvvisa picchiata del rapporto d’amicizia tra le due. E ce l’aveva a morte con la brunetta, perchè aveva infranto il loro patto.

“Non dire nulla Joe, non metterti in mezzo, tu non sai”, singhiozzò Kelly.

“Certo che lo sò! Lei si comporta come Casanova e io la tratto come un maschio!”, così dicendo, Joe spalancò la porta e si precipitò giù per le scale. Con passi pesanti e spediti, aprì la porta e si ritrovò faccia a faccia con lei. La ragazza varcò la soglia lentamente, qualcosa nell’aria non prometteva un’accoglienza amichevole. “Che ca**o ti sei messa in testa!!”, allungò una sberla alla ragazza e lei non fece nulla per scansarla.

Julia andò a sbattere con la schiena sulla porta dell’ingresso appena chiusa. “Come sta lei.?” domandò, passandosi il dorso della mano sulla guancia infiammata. Il giovane le affondò un pugno nello stomaco, “Ecco come sta!”. Kelly li aveva raggiunti, e li stava fissando con timore “Non farle niente!! Non colpirla!!” gridò.

“No.. - colpo di tosse - ..colpiscimi invece! Forse è l’unico modo per togliermela dalla testa.. io non ne sono stata capace fino ad oggi.. colpiscimi!!” urlò la bruna spingendo il vice sceriffo, e lui era pronto ad accontentarla. La sorella si mise in mezzo separandoli con le braccia. “Fermati Joe, non toccarla!!!”, e questa volta non era supplica, somigliava più ad un ordine.

“In non ce la faccio più..”, sussurrò Julia in lacrime, sorreggendo il suo peso vicino la porta. L’altra ragazza le corse accanto e la accolse tra le braccia, cullandola, cercando di confortarla.

Joe gironzolava lì vicino, senza sapere cosa fare, senza sapere con chi prendersela veramente per quella situazione assurda. Senza riflettere tirò una nocca sul mobile preferito della nonna, il risultato fu la sua mano sanguinante ed una lieve ammaccatura sul legno di quercia del mobile. “Aiiuhhhoaaa..!!!”, lamentò silenziosamente.

Più tardi, stesso posto, nella stanza di Kelly...

Un lieve soffio di vento gonfiava regolarmente una delle tendine sulla finestra aperta. Era una brezza tiepida, ma nell’ombra, poteva anche considerarsi piacevole. L’odore di naftalina là non c'era, al suo posto, il leggero profumo dei fiorellini di campo nel piccolo vaso posto sul comodino, sotto la finestra. Julia era stesa sul letto su di un fianco, con un braccio tra la testa ed il cuscino, come di sua abitudine. Da quella posizione, anche grazie alla finestra così vicina al letto, poteva ammirare il limpido cielo di un pomeriggio estivo. Dei sui vestiti le rimanevano i jeans ed una sottile magliettina intima, il resto poggiato su una sedia lì da qualche parte. La ragazza bruna era sveglia, ma non lo era la sua piccola amica; infatti questa riposava alle sue spalle abbracciandole la vita e tenendosela stretta come se fosse la cosa più preziosa che avesse. “Ti voglio bene Kelly”, mormorò la bruna accarezzando la pelle sottile di quel braccio che le cingeva la vita. La ragazza castana si spostò di poco da dietro le spalle dell’altra, con quel braccio, raggiunse la mano che l’accarezzava e la mantenne nella sua, toccandone fuggevolmente le dita di tanto in tanto. Kelly aveva ancora il suo vestito addosso, spiegazzato e scomposto durante il sonnellino, ma non le dava alcuna noia. “Ti voglio bene anch’io Jul”, dicendo così, posò le labbra sulla parte di schiena scoperta dell’altra, lasciandole lì per pochi e intensi secondi. “Grazie per quello che sei”, disse la bruna ruotandosi di 180° e incontrando quegli occhi verdi, “L’amore che ho per te, ora, non riesco ad essere che questo”. Le due si unirono in un triste, malinconico e disperato abbraccio. “Perdonami Kelly, io non dovevo lasciare che accadesse di nuovo, Dio sa quanto vorrei renderti felice..”, pensò Julia avvicinandola a sé e strofinandole i lunghi ricci castani, mentre l’altra le toccava appena il collo con le labbra.

Più giù, nel salotto del cottage, allo stesso momento…

La nonna aveva da poco terminato di ritoccare il suo ultimo capolavoro, una torta farcita di sua invenzione. Con la collaborazione del nipote, nonostante la fasciatura alla mano (in merito, lui aveva detto che si trattava di un morso da parte di un opossum indispettito, sempre che la nonna non ne dubitasse esaminando con attenzione il suo adorato mobile e l’entità del danno), aveva ottenuto un risultato ottimale.

Nonna: Chiama le ragazze, devono darci un loro parere - sistemò la torta sul tavolino al centro della stanza.
Joe: Poi, lasciale dormire nonnina.
La nonna si sedette sul divano e dopo qualche minuto di silenzio parlò: Tua sorella ha pianto spesso negli ultimi giorni, lei pensa che i suoi vecchi nonni non le vedono certe cose.. sono un po’ preoccupata
Joe: Lo so.. - si gettò sulla poltrona di fianco alla nonna, facendo sobbalzare l’anziana donna dal contraccolpo - spero le passi..
Nonna (picchiando la mano sul ginocchio del nipote): Che ne pensi di una bella festa!?
Joe: Aioh.. - si accarezzò il ginocchio - .. sì, penso che sia un’idea.. magari le faccio conoscere un paio di amici, così riesce a trovarsi un ragazzo - la nonna lo guardò un po’ pentita della sua idea. Cosa significava questo? Ci pensò su. Ragazzo --> Appuntamenti -->Serate fuori -->Troppe serate fuori -->Sesso -->Fidanzamento -->Gravidanza -->Gravidanza senza fidanzamento -->Bambino -->Soldi -->Famiglia -->Niente Famiglia -->Addio ai nonni. La donna entrò in crisi cerebrale, scattò in piedi e tornò in cucina rimuginando per tutto il percorso.

Joe: Nonna? - si avvicinò al tavolino con la torta - non ti dispiace se te lo do io un parere, vero? - stava per afferrarla qualdo si sentì un’occhiata raggelante dietro la schiena - “Ho detto che è per le ragazze”, ribadì la nonna sulla porta della cucina.



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***Capitolo 6***


Mosca, 6:45 a.m.
In un albergo di notoria fama.

Il tempo scorreva velocemente; era quasi trascorso un intero mese da quando Juliana Krislava aveva iniziato a lavorare segretamente. Tutto sommato, aveva messo da parte una buona somma per quella gentaglia che la perseguitava anche quando non si facevano vivi direttamente; anche quando da sola, nel suo letto, cercava di dormire senza incubi e anche quando doveva mentire al suo compagno.

C’era un indiscusso imprenditore che aveva chiesto espressamente della Krislava al proprietario del “Ying & Yang”, per qualcosa di più impegnativo e altrettanto vantaggioso per entrambi. Si trattava di seguirlo per un viaggio di lavoro lungo cinque giorni, nel corso dei quali, gli serviva un’accompagnatrice fine e garbata per alcuni appuntamenti e cene, sempre di lavoro.

Così Lena si ritrovò ad alloggiare in una suite di quell’hotel insieme all’imprenditore. Naturalmente dormivano in letti separati e nulla di ciò che avveniva andava oltre alla solita routine prestabilita.

Quella mattina si svegliò molto presto. Coprendosi con un soprabito, si diresse verso la terrazza della suite. L’alba ravvivava già l’atmosfera. La giovane donna poggiò le mani sulla lunga ringhiera ed inspirò profondamente. La sua mente era occupata sempre dalla stessa persona, ma Lena non voleva più liberarsene, in realtà, non lo aveva mai voluto. Ma lei non c’era. Non sapeva se in quel momento era ancora in America, non ebbe mai modo di sapere nulla di preciso dopo la sua partenza. Chiedere ai genitori, o agli amici, sarebbe stato un contro senso dopo tutto quello che le aveva separate. Ma voleva sapere a tutti i costi se stava bene, se era felice, se l’aveva dimenticata per sempre, o solo se stava con qualcun altro migliore di quanto lo sia stata lei stessa.

Mentre era assorta in questi pensieri, il cellulare nella tasca del soprabito vibrò.

Lena (leggendo il nome sul display): Ciao Yan
Yan: Ciao, come procede la tua visita dagli zii?
Lena: ..oh.. b-bene grazie. Tu come stai?
Yan: Mi sono svegliato adesso – sbadiglio – tra un po’ mi vesto e vado al lavoro.. indovina chi c’è con me?
Lena: Chi c’è? – domandò incuriosita.
Yan: Un bel micetto.. anzi, ora che la guardo meglio è una bella micetta. Ieri era sotto l’automobile fuori il palazzo, era tutta sola – Lena cominciò a ridere - ..beh.. l’ho portata su con me, ti dispiace?
Lena: Certo che no, sono contenta che hai qualcuno che ti fa compagnia

Voce (da un altro lato della suite): Juliana, sei sveglia?

Lena: Ti devo lasciare, ciao e buon lavoro
Yan: Di già, ma c’è qualcuno lì vicino a te?
Lena: Mi stanno chiamando, devo andare
Yan: Ok, ciao, ti amo – dopo un secondo riattaccò. Sapeva che la moglie non l’avrebbe salutato con le stesse due piccole parole magiche; le evitò di accampare scuse banali.

Voce: Su Juliana, ci aspetta una giornata pesante, comincia a prepararti, sono già le sette e un quarto…

Lei sapeva bene che non esistevano zii nella sua famiglia. Ripose sconsolatamente il telefono nella tasca. Dopo aver strappato un “buon giorno” a delle labbra esauste, l’imprenditore asserì che l’avrebbe attesa giù nell’atrio dell’hotel, non oltre un quarto d’ora. Era tutto programmato, il lavoro, la vita; come sempre.


***


Julia aveva lasciato l’università di Dallas da pochi giorni. Lì, con Bianca e Samantha, aveva impacchettato i suoi bagagli per far ritorno a casa, in Russia. La biondina, con i capelli sincronizzati con quelli della bruna (Samantha), la tenne stretta a sé per tutta la giornata. “Promettimi che tornerai da queste parti un giorno”, disse piagnucolando. “Promesso”, le rispose Julia abbracciandola per l’ennesima volta. “Coraggio Julia, i miei ti aspettano, meglio andare”, dichiarò Bianca sollevando le valige.

Julia: Ciao Samantha – sorrise alla biondina e le asciugò le lacrime.
Samantha: Ciao.. – e le tenne le mani fino al momento di separarsi definitivamente.

Killeen, davanti la casa della famiglia Artamov
4:45 p.m.

Bianca: Liam! Liam! Aiutami con i bagagli! – un ragazzo si precipitò a soccorrerla.
Liam (sbucando dall’ingresso della casa): Eccomi tesoro, dove sono? – Bianca indicò il portabagagli della Chevrolet.

Julia: Grazie Liam, non c’è bisogno, ci penso io – Bianca e il suo fidanzato attesero che lei aprì il bagagliaio, ma poi la bruna ci ripensò - ..meglio lasciare tutto qui, vado via domattina in fondo – aveva già il biglietto per il volo nella tasca della giacchetta, si voltò verso gli altri due, dicendo – Sentite ragazzi, ho deciso di partire domani, lasciamo pure le valigie nell’auto

Bianca: Ma come?? Non resti da noi per un po’?
Liam: Ma dai! Non te ne vorrai andare così? Senza trascorrere un giorno tutti insieme? Noi tre non ci siamo visti quasi mai..
Julia: Preferisco andare via domani, a casa mi stanno già aspettando, conoscendoli.. sarà per un’altra volta amici, tornerò.

Detto questo, si sedette al posto guida nella vettura e disse: “Vado a salutare lo sceriffo, ci vediamo stasera”. Gli altri due la guardarono un po’ confusi. “Va a salutare lo sceriffo?”, domandò Liam, “Sì, ha lavorato da lui”, informò Bianca, abbracciandolo. “Io penso che ci sia anche qualcun altro che vuol salutare per conto suo..”, continuò la ragazza. “Vabbè, allora la aspettiamo”, disse il giovane, cullando la sua ragazza tra le braccia.

Ci mise una ventina di minuti per raggiungere la stazione di guardia, fuori c’era Joe ad aspettarla. Sembrava sapesse esattamente che sarebbe arrivata in quel momento. “Hola Jù, ultimo round di saluti?” – la ragazza bruna scese dall’auto e lo salutò a sua volta: “Così pare.. lo sceriffo c’è questa volta?” – Il giovane sergente annuì e le fece cenno di entrare.

Sceriffo: NO!
Julia: Uhm? Come no? Io dovrei tornare a casa..
Sceriffo: Ma proprio adesso! Neanche una settimana di preavviso?? Non si fa così! – le sventolò delle carte vicino al viso – qui ci sono delle cose in sospeso, perbacco!
Julia: Scusi, ma il suo vice? Guardi che potrebbe..
Joe: Non tirare me in ballo! Te ne vuoi andare? Prenditi la tua parte di rimproveri!
Sceriffo (sedendosi): Joe è il mio sergente e come vice sceriffo già non è un bell’affare.. figuriamoci come-
Joe: Come sarebbe!?!! Ma che stai blaterando zio!
Sceriffo: Quante volte ti ho detto che sul lavoro tra di noi non c’è nessuna parentela?! Piantala di chiamarmi zio!

Julia si tirò da parte. Il tempo passava in fretta, c’era una persona più importante con cui parlare. “Scusate!”, interruppe i due, “Io dovrei veramente andare, sono sicura che Joe mi troverà un sostituto in pochissimo tempo, arrivederci sceriffo, è stato un piacere lavorare per lei”, si avvicinò a lui e gli strinse la mano rapidamente, senza permettergli di aggiungere nulla, poi prese Joe per il braccio e lo trascinò fuori.

Una volta fuori, Julia cominciò: “Sei un caro amico, anche se a volte un po’ troppo aggressivo”, e lui, “Mi mancherai playgirl, me ne hai combinate di tutti i colori”, le arruffò i capelli. “Come mi hai chiamata?? No, lascia stare, non mi interessa.. buona fortuna.. vice sceriffo Mc Andrew”. Lui abbassò lo sguardo: “Scusami per la sberla e tutto il resto.. ti auguro di sistemare le cose”. Julia cominciò a ridere, e prima di rientrare nella Chevrolet, pronunciò “Tutto dimenticato, ciao Jo Jo”

“Guarda che lo so dove stai andando, che credi?”, le urlò Joe; lei diventò rossa. “Ed è meglio per te se non la fai piangere troppo”, aggiunse con un chiaro sorriso di raccomandazione.

“Vorrei aver avuto un fratello premuroso come te”, su quella frase l’automobile sfrecciò via, lasciando fuoriuscire una scura scia di fumo.

Tre giorni prima
Nei pressi del “Trinity River Greenbelt Park”, 3:00 p.m.

Il capo dei “Venomous” era appena uscito dall’ospedale, Julia era andata a fargli un po’ di compagnia di tanto in tanto e avevano avuto la possibilità di fare conoscenza. L’assenza di un’infanzia vissuta, tormentava il suo nuovo amico. Era cresciuto troppo velocemente, in un ambiente privo d’amore e carico di convenzioni e regole.

Julia: Mi prometti che farai meno lo s****o?
Gus (fumando un qualcosa che assomigliava ad una sigaretta): E perché dovrei? Tanto tu vai via.. – lei gli strappò la sigaretta dalle labbra e la spense sotto il tacco dei suoi stivaletti – Ehi! Fa****o pulce!
Julia: Basta ca***te! - lo guardò seriamente – ..lo so che non sei come vuoi mostrarti, fanno tutti così quelli che non si piacciono o che nel mondo ci stanno stretti.. tu e la tua congrega.. non rompete le palle a chi ha già i suoi fo***i problemi.. da dove ti esce tutto quel veleno per il prossimo?!
Gus: Ma che ca**o dici?? – si allontanò – di che parli, uhm?? Io non ho mai fatto del male a nessuno, sono solo ca***te quelle ti hanno raccontato! Noi siamo come ci hai visti, ragazzi che vogliono vivere la propria vita senza stupide regole.. non facciamo male a nessuno. – iniziò a passeggiare, seguito dall’altra - ..sì, ogni tanto qualcuno di noi finisce al fresco.. ma sono solo ragazzate.. tipo sfasciare l’auto del prof che ci ha rotto il ca**o – scoppiò a ridere.

Julia non voleva ridere, ma non potè evitarlo, tanto più che sapeva di chi stava parlando. Nell’università la conoscevano tutti quella storia. “Sei proprio un galletto.. arrestano sempre quegli sfigati dei tuoi subalterni, tu riesci sempre a svignartela..”

Gus (sollevando un sopracciglio): Certo, io ero il capo, è giusto che sia così
Julia: Ma fammi il favore! Sei stato tu a finire in ospedale l’ultima volta.. perché hai detto ‘ero’?

Gus si sedette su una panchina: La verità è che il gruppo si sta sgretolando, io non sono più d’accordo con le decisioni che prendono.. non mi va di entrare in giri pericolosi.. la verità Julia.. è che io non ne faccio più parte, così come tanti altri, ecco perché ero lì per terra con un ago nelle vene.. me la sono vista brutta con uno di loro. Finché si trattava di infastidire qualche rompi******ni ci potevo anche stare, ma adesso non più.

Julia: Lo sapevo che non eri poi così s*****o – rise – non è tardi per recuperare il tempo perso, prova ad andare a casa, se ti capita di passare di là, chissà che non ti stiano aspettando.. – disse – la vita non è tutta nera Gus, se te lo dico io puoi fidarti.. – si ricordò di una cosa che voleva chiedergli da molto tempo - ..quella pistola che hai tirato fuori la volta scorsa..

Gus (prendendo l’arma da sotto la giacca): Questa? – la ragazza sgranò gli occhi e lui se ne accorse – questa qui è l’esatta riproduzione di un gioiellino di precisione ma.. ad aria compressa - ricominciò a ridere, e Julia allargò un sorriso poco a poco – anche se mi sparassi a dieci centimetri non mi farei che un livido. Peccato che non abbiamo fatto quel ‘tiro al bersaglio’, sarebbe stato divertente con un po’ di vernice.. – e continuarono a ridere per qualche minuto.

La bruna lo salutò con una pacca sulla spalla, era stato l’unico contatto fisico tra i due, per tutto il tempo. “Ciao pulce, mi ha fatto piacere incontrarti.. Julia”. “Ciao Gus, sta lontano dai pasticci”.

Il ranch non era lontanissimo. Spingendo al massimo la Chevrolet non ci avrebbe messo molto, sempre che l’auto non morisse per strada. “Che dirle..? Come?”, pensava. “Perché non sono come lei vuole..? Perché!?!”, colpì il volante. “Lena.. mi hai consumato la vita in tutti questi mesi.. perché non sono ancora capace di odiarti!! PERCHE'!?”, singhiozzò.

Quando arrivò, restò seduta ad aspettare, immobile. Chiuse gli occhi e pensò. C’erano tante immagini che le scorrevano nella memoria, tante voci, tante parole. E trascorsi pochi minuti: “Aspettavi me?”, Kelly se ne stava appoggiata sulla portiera ad osservarla. Julia riaprì gli occhi e si girò rapidamente. La ragazza castana esprimeva tristezza ma non rammarico, sembrava volesse comunicare che ‘le stava bene così’. Non si era mai costruita troppi castelli in aria. La bruna uscì dall’auto, prese per mano l’altra e camminò lungo la stradina che partiva dal ranch e proseguiva nelle pianure.

Dopo diversi metri e un profondo sospiro, Julia cominciò: “Sei una cara ragazza.. e io non sono buona a niente.. neanche a salutarti come dovrei”, la compagna si fermò, “Non disprezzarti, sei una brava persona che è si è solo persa nell’amore.. e se questa Lena è riuscita a farsi amare così, da te.. ci sarà una ragione.. io non posso che farmi da parte.. la tua anima è sempre rimasta lì con lei”, così dicendo si asciugò una lacrima solitaria dalla guancia.

“Io ti amo Kelly”, sussurrò la bruna abbracciandola stretta. “È un sentimento diverso, ma so che è amore”, la ragazza castana le strinse la vita con più forza e pianse. “So che sto perdendo una persona unica.. non ce ne sono come te.. nemmeno su centomila..” – “Non dire più nulla..”, pronunciò l’altra, sempre in lacrime. “..per merito tuo ho provato cose che non conoscevo, e per questo, grazie”, aggiunse Kelly, e senza lasciarla: “C’è un’ultima cosa che vorrei chiederti.. vorresti regalarmi un bacio vero..?” – “Ma certo”, confermò la bruna sorridendo lievemente.

La giovane castana prese il viso della sua amica e lo avvicinò al suo, chiudendo gli occhi e aspettando che le labbra dell’altra toccassero le sue. Così avvenne. Julia intinse tutta sé stessa in quell’attimo passeggero ma che le avrebbe allacciate per sempre ad un ricordo incancellabile.
……………………….

“Il mio primo e vero amore, non potrò mai dimenticarlo”, le bisbigliò Kelly prima di entrare nel cottage e dirle ‘arrivederci a presto’ - “See you soon, Julia”.

“Tu resterai sempre un mio bellissimo ricordo, e una carissima amica”, mormorò la bruna, poi accese il motore e andò via.

Quella sera stessa, nella casa dei suoi vecchi vicini, la ragazza definì i suoi ultimi ragguagli per la partenza, ovviamente annotò tutti i saluti per la sua famiglia e incluse nelle sue borse qualche regaluccio per i genitori e gli amici. La mattina seguente, l’aspettava un lungo volo verso casa.


***


San Pietroburgo
9:06 a.m.
Nell’appartamento Zinòvsky

La professoressa aveva di nuovo visite poco gradite. Questa volta c’erano due uomini davanti alla porta, e lei sapeva già cosa cercavano. Non perse tempo, senza rivolgergli la parola, prese un pacchetto da dentro una borsa e glielo consegnò dicendo: “Sono 225.000, di più non ho potuto” (~ 6.547 €)

Uomo (con una certa smorfia): Dopo un mese, tutto qui?
Lena: Non nascondo altro – aprì la borsa davanti a loro, era vuota – ho bisogno di più tempo.. vi prego
Uomo2: Torneremo.. tu datti da fare, non abbiamo tanto tempo da concederti

I due uscirono. Lena si gettò sul letto, esaurita. Era tornata da Mosca soltanto da un giorno, non sapeva più cosa fare se non dedicarsi alla ricerca di soldi. Pensò di vendersi tutto ciò che riusciva a sopperire. Si era ridotta uno straccio, non ce la faceva ad andare avanti con l’università di giorno ed il lavoro di notte. Non aveva neanche più la forza per piangere.

“Sai cosa penso di te?”, si interrogò davanti ad uno specchio, nella sua camera. “Che sei incapace di vivere..”, poggiò la fronte su quello specchio, sussurrando: “Dasvidania Lena… non sei più nulla..”, aprì il cassetto del solito comò, prese una pasticca di un qualche ansiolitico e la mandò giù, rigettandosi sul letto.

Più tardi, nel pomeriggio, Yan era a casa. Stava preparando la cena per la micina che era stata battezzata Carillon da lui stesso, perché osservando il musetto della gattina gli venne subito in mente qualcosa di dolce e delicato, come il suono di un carillon.

Stesso momento, sempre in quella casa, tra le pagine di un diario…

10 Agosto

1.750.000, meno, 225.000... Ancora un milione e mezzo. Tanto è inutile, non riuscirò mai a liberarmi di lui. I suoi debiti mi perseguitano ora, come lui lo faceva una volta, e come si ripeterà più avanti. Non riesco ad uscirne, sono sola. Non ho niente, e sono sola.

Yan (da fuori la stanza): Lena!? Puoi venire un momento?
Lena: Arrivo

C’è anche lui, ed è solo. Perché io non sono nessuno. Lui e io, siamo soli.

Ripose il diario al solito posto, uscì dalla camera e chiuse la porta. Il marito le chiese gentilmente di tener d’occhio la gattina, troppo piccola e vivace per esser lasciata sola.

Carillon si rotolava su un lato del divano, a volte veniva risucchiata dalle profonde fessure tra i cuscini, altre saltellava sopra un bracciolo e altre ancora preferiva riposare lì dove si trovava. La micina dal pelo lattescente non era ancora abituata a Lena, schivava la sua presenza, nascondendosi un po’ dove capitava. Questo, fino al momento in cui arrivò per caso tra le mani di lei. Lena sorrise accarezzando quel piccolo batuffolino, che altri non sembrava che un bel gomitolo di lana. Ben presto Carillon avrebbe cominciato a gradire anche l’altra padroncina, tra un miagolio e qualche fusa.


***


Stesso giorno. In una stanza di un qualche edificio, di non si sa che città.
Era un posto fosco e terribilmente silenzioso. In quella stanza entrò un uomo, seguito da un secondo, infrangendo il silenzio che sovrastava. “Solo 225.000?” domandò uno, “Esatto”, confermò l’altro. “Potremmo suggerirle noi un metodo efficace per aumentare le sue entrate”, continuò il primo, e dicendo così, accese la luce e si gettò su una poltrona nella stanza. “Uhm.. può aiutarci Rob, so che sta cercando delle ragazze”, disse il secondo. “Perfetto, la prossima volta le faremo presente anche questo”.


***


Dallas, aeroporto, 8:10 a.m.

C’era Bianca, c’era Liam e c’era Julia; tutti e tre seduti ad attendere che annunciassero il volo 347 delle 8:20, diretto in Russia. La ragazza bruna altalenava una gamba e contemporaneamente si arricciava una ciocca di capelli. Tornare a casa non era mai stato così difficile, neanche dopo una delle sue bricconate peggiori.

Bianca (sbuffando): Che ansia.. – un altro sospiro – odio le partenze..
Liam (a Julia): Vuoi che ti aiuto con la borsa? – lei lo guardò scuotendo la testa. Il ragazzo non sapeva che inventarsi per distogliere l’attenzione dal tabellone degli imbarchi – ci mandi una cartolina Julia? Io non conosco quasi niente di San Pietroburgo.. – e la bruna annuì, sempre fissando il tabellone - (8:16)

Bianca: Altri quattro minuti di stress.. mi chiami una volta a casa? – Julia assentì con il capo, senza voltarsi.

Liam (a Julia): Non stare a pensare a quello che succederà dopo, non tempestarti di domande, lascia che le cose seguano il loro corso. – la fidanzata si voltò verso di lui e sollevò un sopracciglio, dicendo “Da dove ti viene questa vena così raziocinante?” - (8:25)

Julia: Ritardo.. – un secondo dopo, una voce informò ai passeggeri di affrettarsi per il prossimo decollo del volo 347.

Sollevò la sua borsa (il resto dei bagagli era già stato caricato), dopo un abbraccio veloce a Bianca e a Liam, si allontanò. “La Chevrolet l’ha rimasta nel nostro garage, ho dimenticato di chiederle cosa devo farne..”, disse Bianca.

Nei minuti successivi al decollo, Julia pescò nella sua borsa il regalo d’addio di Kelly, un CD. Era uno degli album che non avevano fatto in tempo ad ascoltare insieme, “Something To Remember” di Madonna. Si sistemò un paio di cuffie e avviò la modalità casuale. Quello che ascoltò era il brano: “You’ll See”.


You think that I can’t live without your love
You’ll see,
You think I can't go on another day.
You think I have nothing
Without you by my side,
You’ll see
Somehow, some way

You think that I can never laugh again
You’ll see,
You think that you destroyed my faith in love.
You think after all you’ve done
I’ll never find my way back home,
You’ll see
Somehow, someday


La giovane chiuse gli occhi, ma non voleva pensare a nulla, solo immaginare quello che le note le ispiravano. Quello che le ricordarono non fu piacevole; le nostalgie del passato. Quello che non riusciva a sopportare, se non ignorandolo, stava lentamente riemergendo da una memoria dormiente.


All by myself
I don’t need anyone at all
I know I’ll survive
I know I’ll stay alive,
All on my own
I don't need anyone this time
It will be mine
No one can take it from me
You’ll see

You think that you are strong, but you are weak
You’ll see,
It takes more strength to cry, admit defeat.
I have truth on my side,
You only have deceit
You’ll see, somehow, someday


Le sembrò di ripetere in successione ogni singolo istante. Rammentò le parole del suo vecchio insegnante di musica alle superiori, durante una delle prove…

“I suoni non conseguono lo stesso effetto per ognuno di noi. Possono apparire svariatamente, e possono cogliere il cuore del nostro ego; specie per chi è come te, troppo appassionata e troppo vulnerabile”…


All by myself
I don’t need anyone at all
I know I’ll survive
I know I’ll stay alive,
I’ll stand on my own
I won't need anyone this time
It will be mine
No one can take it from me
You'll see

You’ll see, you'll see
You’ll see, mmmm, mmmm


Il suo insegnante era altrettanto sensibile alla musica e Julia aveva sempre creduto che fosse a conoscenza della storia che c'era tra lei e Lena, anche se loro due erano molto brave a nasconderlo. Tuttavia, mai una volta ne aveva accennato l’argomento.


***


San Pietroburgo, il giorno seguente
2:00 p.m.
Villetta

Il padre di Julia se ne stava seduto al tavolo, in cucina, con un registro di conti fra le mani. Spesso, mormorava ad alta voce: “…15.000 per il processore del Pc, 30.000 per la batteria e la revisione della vecchia berlina, 2.000 spesa, 2.100 spesa, 1.800 spesa.. 15.980 per.. per che cosa..?”

“Che ne dici, forse potrebbero essere per una pianta di magnolie..?”, sbadigliò Julia sedendosi su una sedia vicino al padre. Era in pigiama, spettinata e ancora mezza assonnata.

Padre: Era ora che ti alzassi.. - l’uomo chiuse il registro – ..pensavo fossi andata in letargo.
Julia: Spiritoso.. non sei contento di riavermi a casa? – domandò strofinandosi gli occhi.
Padre: Sì.. ma per quanto..? – sussurrò lui, senza farsi sentire.
Julia: Hai detto?
Padre: Niente.. come fai a sapere della magnolia?
Julia: Facile, l’ho vista fuori in giardino.. sarà bellissima in primavera
Padre: Spero che questa magnolia di Campbell resista bene all’inverno.. vedremo l’anno prossimo.. vuoi parlarmi di questa tua America..?
Julia: Come no, se hai tempo, c’è una storia che mi farebbe piacere raccontarti..

Più tardi, dopo una buona ora di conversazione con suo padre, principalmente riguardo agli ex vicini, l’uomo si ritenne soddisfatto e lasciò che la figlia si dedicasse ad altro. “Io esco, ci vediamo tra un po’” gli disse lei, dopo essersi preparata per ritornare nelle strade del suo vecchio quartiere.

C’era una temperatura accettabile, del resto era estate anche lì. Già aveva in mente di visitare un tale posto. “NO! Lì non ci andrò mai!”, pensava. Accelerò in una direzione che non conosceva. “Sei solo un’ombra.. svanirai.. prima o poi..”, pensava e camminava. “Tu hai la tua vita, lasciami vivere la mia dannazione!”, continuò ad assillarsi fino a quando raggiunse l’ingresso di un bar. Entrò, e in un istante cessò di pensare. “Ciao Arina”, disse la bruna ad una ragazza davanti a lei che stava uscendo con due litri di latte tra le mani.

Arina (sorridendo gioiosamente): Julia.. non ci credo, sei tornata! – posò immediatamente i due litri di latte a terra e la abbracciò.

In seguito, uscirono dal bar e Julia la accompagnò per un tratto di strada. Ne avevano di cose da dirsi ma la giovane bruna evitò di nominare quella persona, e Arina sorvolò, però spiegò chiaramente la storia del dott. Markel e dei suoi debiti di gioco. Lena era in una brutta situazione, si rifiutava di accettare aiuto da tutti gli altri, ma forse, per la brunetta avrebbe fatto un’eccezione. “Non essere così ostinata Julia, andiamo, chiedimi di lei, lo so che ci stai girando intorno..”, rifletté Arina. Lei poteva stuzzicarla in molti modi.

Arina (camminando): Lo sai che quell’appartamento al vecchio condominio è stato ipotecato?
Julia si fermò in mezzo al marciapiede: Ipotecato?? Non ci viveva nessuno immagino.. loro.. no di sicuro.
Arina le si avvicinò: Smetti di chiederti solo di ‘loro’.. Lena non è mai stata così sola come in questi ultimi anni.

La bruna la guardò con aria meravigliata, confusa, spaventata. Passandosi una mano fra i capelli lisci (erano leggermente più lunghi di come li portava una volta), sussurrò: “Perché? Cosa stai dicendo?”

Arina: Dovete incontrarvi-
Julia: NO! – riprese a camminare – lei ha scelto, tanto tempo fa.. io sto cercando disperatamente di dimenticarmi di tutto quello che la riguarda.. non voglio che ricominci ogni cosa da capo.. – tirò su col naso – ..ci penserà il suo professore a consolarla..
Arina: Lena sta soffrendo.. e lui non può fare niente per aiutarla, ma tu sì invece.

Julia si voltò verso l’altra ragazza fissandola come per dire ‘hai voglia di scherzare con me? Dopo quello che ho passato??’, strofinandosi il viso, restò ad attendere che l’amica aprisse bocca.

Arina: Stasera, vieni al Ying & Yang dopo le 23.. allora capirai. – lasciò la bruna indietro ed entrò in un portone.

Intanto, in un appartamento della stessa città…

La giovane dai capelli rossi si era chiusa dentro la sua stanza. Carillon era lì con lei, spaparanzata sul copriletto, stava cominciando a testare le sue unghie sul tessuto. La padrona era troppo impegnata per renderle conto.

Sul comò c’erano diverse banconote. Nel corso di quella mattina; aveva venduto la sua automobile, aveva venduto alcuni preziosi che le appartenevano sin da ragazzina, aveva svenduto il più possibile. Ma il suo stipendio doveva mantenerlo per forza. Quanto aveva racimolato era ancora troppo poco. Restavano ancora 800.000. Strinse quei soldi tra le mani e pianse, silenziosamente. Squillò il telefono. Il visore segnalava Thomas. Si asciugò gli occhi con un fazzoletto e rispose.

Lena (sospirando): Thomas, dimmi
Thomas: Ohi Lena, come stai? Mi hanno detto che stamattina hai chiamato l’università dicendo che non stavi bene, niente di grave spero..?
Lena: Nulla di serio, grazie per aver chiamato, domani starò meglio
Thomas: Se vuoi posso passare a portarti qualcosa, che ti serve?
Lena: Nulla, ti ringrazio, ho solo bisogno di riposare
Thomas: Riguardati, per il lavoro non c’è fretta, se non ti senti, rimanda; ti abbraccio.
Lena: Ciao Thomas – riagganciò.

E ritornò ai suoi conti, mentre la micina pisolava da qualche parte in mezzo ai cuscini. Di tempo non ne era rimasto molto. La copertura del ‘volontariato ai senzatetto’ non poteva durare a lungo, tanto più che Yan diveniva sempre più insistente sull’argomento. “Perché di notte?!”, “Non puoi lasiar perdere?!”, “Non ti vedi? Quasi non ti reggi in piedi Lena! Ragiona!”. Ultimamante si udivano frasi simili.


***


Quella sera, 10:39 p.m.
Di fronte al locale “Ying & Yang”

La ragazza bruna, nella sua vecchia automobile, guardava il cancello dell’ingresso senza lasciarsi sfuggire nessun volto dei clienti che lo varcavano. Il cuore le palpitava prepotentemente.
Una donna dai capelli ramati attirò la sua attenzione, Julia aprì lo sportello, era in procinto di correrle in contro ma dopo che costei si voltò verso di lei, per caso, la ragazza tornò a sedersi nell’auto. Non era chi attendeva, c’era da aspettare. (10:43) “Ma che ci faccio io qui davanti come un’imbecille..? Sei senza speranza.. credi ancora che tornerà come una volta..?”, pensava fra sé, era bastato così poco per ricominciare a crederci in quel Noi. Anche solo per sperarci.

(10:55) Dell’altra ancora nessuna traccia, ma di entrare non se ne parlava. Arina sbucò fuori dal locale e, con le braccia conserte, iniziò a fissarla, contrariata. E si osservarono in alternanza, la bruna dalla sua automobile e lei davanti all’entrata. (11:03) Fino a che, la cameriera si decise ad avvicinarsi a lei.

Arina (a pochi metri dall’automobile): Ma che cavolo fai qui fuori?!!? Si può sapere perché diavolo non sei entrata?!?!
Julia si decise ad uscire: Senti, io non ho capito perché mi hai detto di venire, di che parlavi oggi??
Arina (sorrise leggermente): Il fatto che tu sia qui mi rallegra, non mi sbagliavo, ci tieni ancora a lei, e molto anche.. – la bruna distolse lo sguardo - ..Lena lavora qui..
Julia: Fa la cameriera?? Ma non è possibile, io so che insegna!
Arina: Non chiedere a me, non mi ha detto più di tanto, ma adesso – le prese la mano – vieni dentro con me!
Julia: Aspetta un attimo!

Arina la stava trascinando oltre la strada, verso il locale. Ad un tratto comparve davanti a loro proprio Lena, in compagnia di un uomo. Questo poggiava un braccio sulla spalla della giovane donna dai lunghi capelli rossi e sorrideva serenamente. Ma lei, Juliana Krislava, sgranò gli occhi e si congelò alla vista di una particolare ragazza bruna paralizzata davanti a lei.

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"You'll See" in Italiano

Tu pensi che io non posso vivere senza il tuo amore
Vedrai,
Pensi che io non posso andare avanti un altro giorno.
Pensi che non ho niente,
senza te al mio fianco
Vedrai,
In qualche modo, in qualche maniera

Tu pensi che io non posso più ridere di nuovo
Vedrai,
Pensi di aver distrutto la mia fiducia nell'amore
Pensi che dopo tutto quello che hai fatto
Non troverò più la mia strada di casa,
Vedrai
In qualche modo, un giorno o l'altro

Sola con me stessa
Non ho bisogno di nessuno, affatto
So che sopravviverò
So che resterò viva
Da sola
Non ho bisogno di nessuno questa volta
Sarà mio
Nessuno può portarmelo via [l'amore]
Vedrai

Tu pensi di essere forte, ma sei debole
Vedrai,
Ci vuole più forza nel piangere, nell'ammettere la sconfitta.
Io ho la verità dalla mia parte
Tu hai solo l'inganno
Vedrai, in qualche modo, un giorno o l'altro

Sola con me stessa
Non ho bisogno di nessuno, affatto
So che sopravviverò
So che resterò viva
Ce la farò da sola
Non avrò bisogno di nessuno questa volta
Sarà mio
Nessuno può portarmelo via [l'amore]
Vedrai

Vedrai, vedrai,
vedrai, mmmm, mmmm



***Capitolo 7***


La bruna liberò la sua mano da Arina e si avvicinò a Lena. Nel mezzo dei rumori della strada, in quel preciso istante, vicino a loro non si udiva che il martellamento sfrenato di due cuori.

L’uomo al fianco di Juliana Krislava osservò la scena indistintamente. Sempre con il braccio intorno alle spalle della sua accompagnatrice, tentò, spingendola leggermente, di allontanarla dall’ingresso del locale per dirigersi verso la vettura che aveva mandato a chiamare. Ma non vi riuscì.

Lena voleva piangere, voleva gridare, voleva stringerla a sé, voleva scomparire dal luogo in cui era. Voleva che ci fossero state solo loro due ad incontrarsi, magari in un immenso spazio deserto; ma certamente non voleva essere lì.

Julia li guardava ma non riusciva a capire. “..chi è quest’altro?” si domandava. Arina cercò di smuovere quello che sembrava un’interminabile fermo immagine: “Mi scusi signore.. – prese l’uomo sotto braccio e lo allontanò dalle altre due - ..credo che ci siano alcuni problemi in amministrazione con il suo credito”. Il tipo gettò un’occhiata a Juliana, alle sue spalle, e disse bruscamente: “Ma che sta dicendo?? È tutto in regola! Parli con il suo capo, mi lasci, ora ho un appuntamento!”

Arina (tirandolo con forza): Spiacente, credo proprio che dovrà seguirmi – tra sé – andiamo ragazze, levatevi dai piedi! Spero non sarete così stupide da restare qui davanti un altro minuto!

Lena: Io.. – asciugò due lacrime che le correvano lungo le guance. L’altra ragazza la stava di nuovo esaminando, non vedeva quasi più nulla della Lena che aveva lasciato prima di partire. Quel viso gentile era offuscato da uno smodato trucco, ed era più magra, lo poteva notare dalla scollatura del suo lungo abito, mai visto prima.

Prima che la bruna riuscisse a dire qualcosa, la giovane dai lunghi capelli rossi distolse lo sguardo da lei e lo spostò sulla strada. Mormorò qualcosa singhiozzando e si allontanò sveltamente seguendo il marciapiede.

Julia la vide andar via, accompagnando con gli occhi ogni suo passo, metro per metro; e questi aumentavano. La giovane donna dalla chioma rossa scomparve dietro un angolo che intersecava quel tratto di strada. Perduta la vista di quell’immagine, Julia ebbe come un brivido, doveva rincorrerla.

Così percorse quella piccola distanza in pochi secondi, svoltò rapidamente in quella traversa e si bloccò non appena la rivide. Lena era appoggiata al muro che faceva da angolo alla strada. Con le mani sul volto, stava piangendo.

La bruna le scostò gentilmente quelle mani e la guardò in quegli occhioni inondati. Intravide, una ad una, quelle goccioline che venivano giù, macchiate di un colore innaturale. Senza pensare, le afferrò le spalle scoperte e la strinse tra le braccia; poiché ne avevano bisogno entrambe, e pure se per poco, tutte le incomprensioni furono messe da parte.


***


“Ying & Yang”
Sub-livello 2, corridoio, 11:23 p.m.

Proprietario: ARINA! Dovrei licenziarti, maledizione a te!
Arina: Sono mortificata – abbassò la testa - ..io ho frainteso.. c’è stato un quiproquo.. sono davvero mortificata.. ma non accadrà più! Non mi licenziiiii
Il proprietario iniziò a camminare lungo il corridoio: Per colpa tua ho perso uno dei nostri migliori clienti! Per non parlare della figura che mi hai fatto fare! – si fermò di colpo – mi ha preso per un ladro profittatore che voleva fregarlo sul prezzo pattuito!!!

Arina (allungò il passo e lo raggiunse): Lavorerò gratis per ripagarla di tutto, la prego, non mi licenziii........ – il proprietario scosse la testa e si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, sospirando, “Okkey.. non è morto nessuno, non perderai il posto”.

La cameriera saltò dalla gioia: Grazie!! Lei è il capo migliore del mondo! Grazie!!
Proprietario: Va bene.. torna a lavoro adesso, e fai in modo che non debba ripensarci – la ragazza annuì e proseguì con i sui ringraziamenti mentre rientrava in ascensore.

“In fondo mi stava antipatico quello là..” pensò l’uomo, “Io qui, io là, io sono un giudice, io ho conoscenze.. tsz.. un pallone gonfiato..”, meditava, frattanto che si avviava anche lui verso l’ascensore.


***


Per le strade illuminate della città, 11:30 p.m. ~

Le due stavano passeggiando da un po’ e Lena stava cominciando a stancarsi dei suoi tacchi, perciò, prima un piede e poi l’altro, si liberò delle scomode calzature. Non che camminare solo con le calze fosse molto comodo, ma era sempre meglio di quei tacchi spacca schiena.

Julia la guardò e sorrise, e l’altra fece lo stesso. La bruna aveva pensato anche a questo, dato che avevano camminato in cerchio, non mancava molto che raggiungessero la sua automobile.

“Non sei per niente cambiata, sai?” sussurrò la rossa.

Julia: Tu sì.. – disse, senza guardarla.
Lena (fermandosi): Devo parlarti. Possiamo fermarci da qualche parte?
Julia: Lì dentro – indicò la sua auto. Guardandosi intorno, Lena notò solo allora dove erano ritornate. Ma non era quello il punto principale. Anche se in passato si era preparata un fattibile discorso, nel caso in cui si fossero riviste, le era quasi impossibile rimetterlo insieme nella sua testa. Doveva improvvisare.

Qualche tempo dopo essersi allontanate dalla zona del locale, la vettura continuò ad avanzare seguendo strade e stradine della città. Un sottile velo di sudore traspariva dalla fronte della bruna nonostante il vento che filtrava moderatamente dal finestrino. “Che ci facevi là?”, chiese.

Lena le posò una mano sulla gamba sentendola immediatamente irrigidire sotto le sue dita. “Fermiamoci, ti spiegherò”. E Julia non vedeva l’ora di ascoltare questa tanto agognata spiegazione. Non perse tempo, al primo svicolo che conduceva in uno spiazzo, si fermò e spense il motore. La ragazza accanto le sfiorò la fronte umida e lei si scostò così velocemente da spaventarla. “Scusa..”, pronunciò lievemente la rossa. “Non è per te.. è che non sono più abituata all’idea di vederti qui vicino a me”, assicurò la bruna asciugandosi il sudore sulla manica della camicia che indossava.

Lena si mise in ordine i capelli sulle spalle ed uscì dall’automobile, lì all’aperto, appoggiata su una delle fiancate laterali della vettura, fece un piccolo gesto alla brunetta affinché la raggiungesse.

Quando Julia le si accostò, Lena si avvicinò fino a che i loro fianchi combaciarono, e solo allora incominciò: Avevo bisogno di un lavoro, un lavoro che pagasse molto più di quanto guadagnavo insegnando.. Markel ha lasciato un cumulo di debiti dietro di sé.. – Julia provò ad avvicinare una mano alla sua, senza farsi vedere, ma la tirò via prima che si toccassero - ..lui giocava d’azzardo e ha dissipato tutti i suoi fondi, inclusa l’unica proprietà della mia famiglia.. – Lena sospirò – io devo ripagare della ‘gente’ a cui lui ha chiesto dei soldi..

Julia si staccò rabbiosamente dalla fiancata della macchina e si piazzò di fronte a lei, a pochi centimetri di distanza: Ti hanno minacciato! Chi sono Lena?! Dimmelo!
Lena: Ti dirò solo che Markel è in coma a causa loro, e io e ..Yan.. se non pago..
Julia le afferrò le braccia e disse: Perché non hai chiamato la polizia! – l’altra abbassò lo sguardo – perché non hai chiesto aiuto! Tu.. tu non c’entri con lui, perché devi pagare per i suoi sbagli!!
Lena: Io non avevo altra scelta.. la polizia? Troppo rischioso. Io non sapevo a chi rivolgermi.. – mormorò – ..ero sola, sono sola.. lo sono sempre stata senza di te.. – così dicendo, liberò le braccia dalla fiacca presa della compagna e si voltò, appoggiandosi alla carrozzeria, e dandole le spalle ricominciò a singhiozzare.

“Lena non è mai stata così sola come in questi ultimi anni.”

“Di nuovo quella parola..” ricordò la bruna. ‘Sola’. Che significava? - “Che ca**o vuol dire??”, meditò.

La confusione stava mutando in rabbia; nessuna di loro, né Arina né tanto meno Lena, poteva immaginare quell’orribile sensazione di abbandono con cui lei era stata costretta a convivere durante quei lunghissimi giorni di sconforto.. “Che stai dicendo Lena.. che stai DICENDO!”. Le afferrò una spalla e la voltò furiosamente verso di lei. Lena si coprì gli occhi con le mani.

Julia: TU eri quella innamorata del bel professore, IO ero quella sola, RICORDI! – le scosse una spalla – Tu hai lasciato me!!! Lo ricordi questo, vero!?!? Tu sei quella che lo ha sposato! CHI È STATA SENZA CHI, EH??!?! TU?? Per niente! IO e soltanto IO! E non raccontarmi balle adesso! – e dopo un calcio al cofano della povera automobile si distanziò qualche metro.

Lena: ..è vero, sono stata io la causa di tutto.. ma ti prego.. non pensare questo di me.. io non ti ho mai mentito su *noi* due.. mai, mai – gesticolò quel ‘mai’ tenacemente.

Julia si strofinò gli occhi e le si riavvicinò, con un passo in avanti: Tu.. – un altro passo – ..sei.. – erano molto vicine – ..una BUGIARDA! – Lena la schiaffeggiò.

La ragazza bruna non indietreggiò di una virgola, anzi la fissò, ignorando la guancia che le batteva dallo shock. Un secondo dopo sollevò un braccio minacciosamente. Lena la guardava senza riserbo, trattenendo le lacrime agli occhi e attendendo passivamente qualsiasi cosa sarebbe seguita nei successivi secondi. In fin dei conti c’era del vero in quell’accusa.

Julia picchiò il pugno sull’automobile, a dieci centimetri dalla faccia dell’altra ragazza. “Tu non mi hai mai amata veramente.. – c’era una fusione di furia e disperazione nei suoi occhi - .. e io valgo così poco da non riuscire a.. a smettere di provare amore per una come te.. e non darlo a chi lo merita davvero.. – sussurrò gemendo. L’altra era davanti a lei, a bocca aperta. Le sue labbra tremavano dalla voglia di urlare due parole.

Lena: Ti amo.. – disse, e Julia sembrava non intenderla, si era girata altrove - .. sia prima, che ora.. – le si fece vicino cautamente - ..da sempre, per me non è mai cambiato.. tu hai ragione, io ho fatto qualcosa di grave, sicuramente.. – sempre timorosamente, posò una mano fredda in mezzo alle spalle della sua ex. Così come stavano, Julia era più alta di lei che se ne stava senza calzature.

Una coppia di passanti le osservò sospettosamente, che ci facevano due ragazze in mezzo a quella piazza da sole? Ma loro due non ci fecero caso assolutamente. Davanti a loro poteva passare anche un elefante rosa, non lo avrebbero notato, e non per scarsa illuminazione.

Lena: Ti chiedo solo di liberarmi da un peso che mi porto dietro da anni.. – Julia rimase muta e sfuggente – ..avevi ragione, ti ho mentito. Io non ho mai amato Yan come ti dissi quella volta nel tuo garage, lo giuro.. – la bruna si asciugò ancora una volta il sudore sui polsini della camicia, ormai erano bagnati – ..mi sono trovata senza vie d’uscita, la tua salvaguardia in cambio del nostro amore.. so che la colpa è solo mia.. ho avuto paura.. io non sono coraggiosa.. ora vedi tu quello che vuoi fare.

Julia (voltandosi): Che intendi con ‘la mia salvaguardia’? Che storia è?
Lena: Markel sapeva di noi, lo aveva letto nelle vecchie pagine del mio diario. Ha minacciato di farti del male..
Julia: Che?? – si scaraventò contro di lei, spingendola contro la vettura – vuoi dire che hai fatto tutto questo per un motivo così idiota!?!? E pretendi che io ci creda??!
Lena: Credi quello che vuoi.. io sono convinta che avrebbe potuto farti del male.. non posso tornare indietro e riparare.. le cose stanno così, per colpa mia Yan ha sofferto per tutto questo tempo.. sposare me è stato come sposare un fantoccio, tra noi non fa alcuna differenza..

Julia si sentì pervadere dalla gelosia, si distaccò di nuovo dalla sua tanto amata ex fidanzata.
Nei seguenti cinque minuti, Lena chiamò un taxi e attese che giungesse in disparte dall’altra, temendo che il suo insistente riavvicinarsi la allontanasse sempre di più.

Lena: Julia? Perché non cerchi di capire? Quando ci siamo riviste ho creduto-

Julia: COSA?! – scattò – Ma che vuoi da me??! No ti bastano le menzogne che mi hai già raccontato?? Perché mi hai detto di quella storia se ormai non possiamo più riparare?? La ragazza, che malgrado tutto continuerò ad amare, non esiste più.. tu sei cambiata quel giorno e non tornerai come prima..

Lena era esasperata, stanca, si sentiva svenire dalle forti emozioni ma non voleva arrendersi. Doveva farle capire chi realmente occupava l’insieme del suo cuore e anima.

Lena la raggiunse e legò le sue braccia intorno alla vita de lei: Ti amo
Julia replicò fiaccamente: Lasciami..
Lena strinse la sua presa: Dovrai respingermi con la forza.
Julia: ..noi eravamo veramente felici una volta.. ora io non riesco più a credere in te – le afferrò le mani e, cercando di allontanarla, constatò che la ragazza dalle lentiggini stava avvalendosi di gran parte della sua forza per trattenerla a sé.
Lena: Ho trascorso intere notti sveglia, immaginando di poterti riabbracciare un giorno.. – poggiò la fronte su una spalla della brunetta - ..ho sognato l’ultima volta che siamo state insieme, abbracciate così, a guardare il cielo stellato dal tettuccio di un’automobile..

Julia: Lo sapevo che stasera non dovevo venire fin là! Non potrei sopportare di ripetere tutto quanto da capo, lo capisci?? – alla fine riuscì a slegarsi dalla sua presa ed indietreggiò di qualche passo, ma l’altra la seguiva come la sua ombra.

Lena: Non sono capace di vivere senza di te, se non mi credi.. credi almeno in quello che ho fatto solo per amore.. forse tu al mio posto avresti seguito la stessa strada..

Julia: Io sarei morta piuttosto che farti una cosa del genere.. – il taxi arrivò in quel momento e parcheggiò vicino a loro – ..prima di andartene, dimmi quanto devi a quelle persone

Lena: Mai – salì in un attino nel taxi e indicò all’autista di partire subito. La brunetta le cose dietro per una decina di metri, strillando: “DIMMELO!”

La rossa si sporse dal finestrino e incrociando lo sguardo con l’altra: Ti amo! – proseguì a guardarla fino a che il taxi la condusse troppo lontano perfino per i suoi occhi innamorati.

Julia si fermò nel bel mezzo della strada, riprendendo fiato e meditando, “Lo scoprirò da sola, non oso pensare che lavoro ti sei trovata ma ti prometto che stasera è stata l’ultima volta.”


***


“Ying & Yang”
2:09 a.m.

Arina stava attraversando il cancello dall’artistico rivestimento d’edera; oltre neanche 30 secondi di cammino, una macchina frenò bruscamente vicino a lei, rasentando il marciapiede. Arina balzò dallo spavento “AHH!”, e nella sua mente, “Oddio un ladro, oddio un maniaco, oddio un killer, oddio!!!”. Si aprì uno sportello anteriore e una voce familiare: “Sali per favore”.

Arina, reggendosi ancora il petto dalla paura, si abbassò lentamente e riconobbe, al volante, la sagoma di Julia. “Ca**o! Julia! Mi ha quasi assassinato!”

Julia: Scusa, entra ora, per favore

Arina scosse la testa con rassegnazione e, sempre con il batticuore, salì nell’auto: E io che pensavo di andarmene tranquillamente a casa a riposare.. – prima ancora che chiudesse lo sportello, la bruna schiacciò l’acceleratore e schizzò sulla strada, mentre l’amica venne sbatacchiata contro il sedile.


***


Appartamento Zinòvsky
2:15 a.m.

Nel buio della cucina e nel silenzio della notte di una città metropolitana, Lena sedeva su di una poltroncina presso la porta della stanza. Terminata una doccia veloce, senza la voglia di rivestirsi e con la paura di addormentarsi, se ne stava in vestaglia, ad occhi chiusi. Quella notte era stata la concretizzazione di quasi tutti i suoi sogni, così tanto desiderata, da sembrare un sogno stesso senza scadenza.

“Lena?”, chiamò il marito, intanto che vagava nell’oscurità della casa, in pigiama. “Sono qui”, disse lei. “E che ci fai qui da sola? Non riesci a dormire?”

Lena: Scusami se ti ho svegliato, ma visto che sei qui, puoi sederti? Devo parlarti.
Yan (sbadigliando): A quest’ora?? Io non sono proprio al mio massimo.. – si sedette su una sedia di fronte a lei.
Lena: Per me è importante. Con il lavoro e tutto, non ci vediamo che due o tre volte di giorno, adesso è il momento adatto.
Yan: Dovresti lasciare la tua missione di volontariato, che poi non capisco il motivo per cui devi andarci a notte fonda, è anche pericoloso..

Lena prese le mani dell’uomo tra le sue e parlò: Tu non sei felice con me, lo vedo. – Yan ingoiò a fatica – in questi anni, lo sarai stato almeno dieci giorni? – lui stava per rispondere ma lei proseguì – il nostro matrimonio è stato un errore..

Yan: Dove vuoi arrivare? – il sonno scomparve definitivamente.
Lena: Credo che separaci sia la cosa migliore per tutti e due.
Yan: ..alla fine lo hai detto.. – lasciò le mani della moglie e si alzò - ..perchè adesso?
Lena: Ti ho rubato troppo tempo. Yan, sii sincero, come moglie sono stata un disastro.
Yan: Ti ho mai detto una cosa del genere?? Ti ho fatto pesare la mia presenza?
Lena: Sei una persona meravigliosa, hai tutta la vita d’avanti per trovare una migliore di me, e credimi, non sarà difficile..
Yan: L’amore Lena, l’amore.. quello non lo puoi inventare né progettare..
Lena: Tu sai che io.. che non ho mai dimenticato..
Yan: Julia. Lo so. Neanche io.. come se lei fosse apparsa nei tuoi occhi ogni volta che vi guardavo cercando di trovarci un briciolo d’amore per me.

L’uomo uscì dalla cucina e rientrò nella loro camera. “Scusami Yan, perdonami, perdonami..”, mormorò Lena, accucciandosi su quella poltroncina.


***


Lungo la strada, 2:20 a.m.

Arina: …allora, ricapitolando, Lena è.. diciamo, una dama di compagnia.. stasera, cioè stanotte, no stamattina, vabbè hai capito, ho parlato con il proprietario e mi ha detto alcune cose.
Julia: Quali cose?? Che le ha fatto fare!??
Arina: Pe-pensa a guidare! Io ti racconto però voglio arrivarci intera a casuccia, okkey??! – dopo un’inspirazione profonda, ricominciò – Lena non fa nulla di quello che pensi, te l’ho detto, solo accompagnatrice!
Julia: Per me non è nulla di buono..
Arina: Va bene, va bene!.. ma voi due dovevate riappacificarvi, che cavolo avete fatto! Ti pare il momento di mettervi a litigare?!?
Julia: Lei mi ha mentito! Ha rovinato tutto! Perché non si è confidata con me, come ha potuto decidere della vita di tutte e due?!!
Arina: Sta calma, non agitarti.. – si stavano approssimando ad un semaforo – ehi! EHI! Lì è rosso ferma! Fermatiiiiiiiiiii! – l’automobile frenò sgraziatamente e Arina venne sbalzata in avanti stavolta, per fortuna c’era la cintura a cautelarla – Julia.. – inspirazione – voglio scendere, ne riparliamo un’altra volta..
Julia: Scusami.. – crollò sul volante e scoppiò in lacrime – io non ce la faccio.. ci sono troppe cose che ci dividono.. – singhiozzò – ..lei è sposata, c’è quel professore..

Arina le strofinò le spalle: Forza Julia, ce l’avete quasi fatta, siete sotto lo stesso cielo.. cosa vi divide veramente oltre a voi stesse?

Un autista dietro a loro: AHOO!! VI MUOVETE TARDONE! È VERDE DA UN PEZZO! SPOSTATE QUELLO SCASSONE DALLA STRADA!

Arina si sporse dal finestrino: Ma va******lo!!! Ti stai squagliando per caso?!! – tornò al suo posto – ..andiamo tesoro, spostiamoci. – Julia si asciugò gli occhi e ripartì.


***


Il giorno dopo
Villetta, 9:03 a.m.

La ragazza bruna si svegliò nell’esatta maniera in cui si era coricata, con gli stessi vestiti meno le scarpe. Quella mattina aveva da fare. Guardando la sveglia, verificò che era già tardi. Aveva appena il tempo di rinfrescarsi e riuscire.

Dopo una ventina di minuti scese giù ed incontrò il padre in salotto: Papà, mi serve una mano
Il padre si preoccupò: Che succede?
Julia: Ho bisogno di un prestito…


***


Università
10:55 a.m.

Julia si affrettava nei corridoi della sua vecchia accademia, cercava un nome nella lista docenti. Informandosi da chi conosceva, seppe che Lena non insegnava quella mattina. Doveva trovarla prima che passasse un altro giorno, e allora si informò circa al suo indirizzo odierno. Fortunatamente qualcuno si ricordava ancora della brunetta. “Guarda, lei e suo marito hanno un appartamento non molto lontano da qui”, le disse un professore.

Correndo verso l’uscita del campus, rischiò di scontrarsi con un uomo. La ragazza raccolse i tre fascicoli che erano caduti a terra all’altra persona, e sollevando lo sguardo riconobbe Yan Zinòvsky. “Ciao”, disse lui. “Dovevo immaginarlo che eri tu il motivo..” continuò.

Julia: Di che sta parlando? Non sono qui per discutere con lei.. faccia finta di non avermi incontrato. – così dicendo gli porse i fascicoli e riprese a camminare, lui aggiunse con voce affranta “Ti supplico, non portarmela via..”

“Non sarò io a scegliere per e lei, non mi avallerò dello stesso rimedio che ha avuto per me.. ” - disse la bruna e proseguì a camminare, non voleva ascoltare altro; aumentò la velocità fino a correre.

Il prof imbracciò le cartelle, si spostò gli occhiali e sospirando tristemente si indirizzò verso l’università.


***


10:23 a.m.
Per le strade della città

Due individui, vestiti degli inconfondibili impermeabili grigi, procedevano di luogo in luogo nella riscossione dei prestiti. “Che lavoro ingrato il nostro.. dei soldi che incassiamo non vediamo che la centesima parte”, parlò uno, intanto che camminavano. “Ce l’hai l’indirizzo di Rob?”, domandò l’altro, cambiando completamente discorso. “Sì.. a proposito, siamo arrivati davanti casa della nostra ‘signora’.”
“Suo padre ci ha creato un mucchio di fastidi, per fortuna che abbiamo scoperto dove si era trasferita la figlia, almeno non ci abbiamo perso solo tempo”, continuò il secondo.

Allo stesso momento, in una camera di quell’appartamento, Lena metteva insieme tutti i suoi guadagni. Con molti sforzi aveva raggiunto i 700.000 (~ 20.449 €), e li stava aspettando. “Dannati, vengono sempre più spesso..”. Infatti questi riuscivano a mettersi in contatto con lei ovunque fosse, a casa o al lavoro o altri luoghi, capitava che si sentisse come spiata.

Mentre sedeva in poltrona, stando in attesa del tempo che scorreva, udì bussare alla sua porta. Con riluttanza si recò ad aprire. Con suo grande stupore, si trovò dinanzi due occhi azzurri che esprimevano una desolante malinconia.

Lena: Julia! – non potè fare a meno di abbracciarla ancora una volta.
Julia: Voglio sapere quanto gli devi. – dichiarò prima di ogni altra cosa, perfino prima di un saluto.
Lena si separò da lei: Ma Julia..? No – si risedette in poltrona, Carillon saltellò dal bracciolo sulle sue ginocchia – è un problema solo mio, tu non c’entri.. non insistere – Adoperò un tono assolutamente serio.

La bruna guardò per un attimo la micina e poi ricominciò a dire: Non me ne vado se non me lo dici.. se mi vuoi nella tua vita devi smetterla di comportarti come l’onnipotente Lena.. o se preferisci continuare ad escludermi, non avvicinarmi mai più.

Dopo un minuto di silenzio, mentre che Lena accarezzava la gattina come espediente per ragionare: “Ottocentomila”, sussurrò con gli occhi fissi su Carillon. “..um.. otto.. ci dovrei arrivare”, bisbigliò la bruna.

Lena: Non voglio che sia tu a pagare! – la gattina sobbalzò, sgattaiolando sul pavimento.

Julia: Posso farlo, e lo farò. – raccolse quel ‘gomitolo bianco’ ai suoi piedi e sorrise – ma che carino che sei.. come si chiama?

Lena: È una femminuccia, si chiama Carillon – sorrise – curioso come nome, non trovi? – si era avvicinata all’altra e solleticò il pancino della micia con un dito. Le mani delle due ragazze non poterono evitare di intrecciarsi così come i loro profili non ebbero modo di restare distanti giacché si erano innegabilmente ed inevitabilmente ritrovate.

In quel frangente, il campanello della porta annunciò l’arrivo di qualche altro ospite. Lena liberò le loro mani e posò un bacio incerto sulle labbra di colei che le stava così vicino da non potersi trattenersi. “Vai nella mia stanza e aspetta lì. Non voglio che sappiano anche di te.”, dichiarò la rossa indicandole con un segno dove andare. Julia rispettò la sua scelta, per ora, quindi andò via con la gattina.

Non appena aprì la porta, una voce impose “C’è un nuovo ordine per te”. E una seconda voce, “Prendi i tuoi spiccioli e fai in fretta perché dobbiamo parlarti”. I due uomini entrarono e attesero nel salotto, lei gli porse in un lampo quanto aveva racimolato.

Lena: Mancano solo 800.000, li avrò tutti con me la prossima volta, questa maledetta storia sarà finita per sempre.

Uomo: Ti stai dimenticando degli interessi – ghignò contando la somma.
Uomo2: C’è qualcuno che ti pagherebbe molto bene – le porse l’indirizzo di Rob – il tuo nuovo ordine è di andare a lavorare da lui.

Lena strappò rabbiosamente quel foglietto: No! Ho detto che pagherò tutto! Il debito era di 1.750.000, che interessi!

Uomo2: Non avresti dovuto strapparlo – spinse la giovane di ridosso al muro, ma un secondo dopo una discreta spinta scostò lui da Lena. Quando questo si voltò vide una ragazza bruna al fianco dell’altra che lo fissava biecamente.

Uomo: E questa da dove arriva?

Lena (sottovoce alla compagna): Ti avevo detto di non uscire! Ora ti conoscono.. minacceranno anche te!

Julia: Avranno i loro fo***ti soldi, devono lasciarti in pace!

Uomo2 (ricomponendosi): Hai una settimana per trovare 1.000.000 (~ 29.213 €) o per venire a quell’indirizzo, sicuramente l’avrai letto e non lo dimenticherai.

Julia: Andatevene ora!

Uomo (a Lena): Sai cosa ti aspetta.

I due uomini uscirono dall’appartamento. Lena pensava e ripensava dove poteva trovare una somma simile in poco tempo. “Come hai fatto a resistere fino ad oggi..?”, la domanda che Julia voleva chiederle ma che preferì tenere per sé. La rabbia che provava lasciò il posto ad un sentimento di compassione e dolore.

Julia: Ci penserò io ai soldi, tu non devi più preoccuparti – abbracciò l’amica e la condusse nella camera da letto – ..riposati, devo organizzare un po’ di cose, mi farò sentire io .
Lena: Non vuoi.. rimanere..? – Carillon sonnecchiava tra i cuscini.
Julia: Non é il caso, e poi è tardi, *tuo marito* starà arrivando..
Lena: Non sarà mio marito ancora per molto, non pensare a lui come ad un ostacolo..

La brunetta la salutò con un cenno della testa e uscì da quella camera chiudendone la porta. Lena si coricò sul letto, sospirando si abbracciò le spalle.


***


4:00 a.m.
Villetta

Con la luce di una lanterna, seduta fuori in giardino, la giovane bruna si faceva un po’ di conti. “Per la mia auto.. come l’ha chiamata quel tipo? Scassone, sì, in effetti è proprio uno scassone.. non mi daranno più di 70.000, se mi va bene..”, pensò ad alta voce, “..con i risparmi che ho, posso arrivare a 500.000, più il prestito di papà e la somma dell’auto, sempre se riesco a trovare un benefattore, raggiungo i 900.000.. troppo pochi..”

Di seguito, si alzò in piedi e cominciò a camminare a vuoto nel giardino, sempre rimuginando “Dove li trovo 100.000 rubli..? Dove?? Lavorando è impossibile.. mi ci vorrebbe una rapina..”

Intanto, affacciata ad una delle finestre che dava sul giardino…

Madre: Nostra figlia sta passeggiando in giardino.
Padre (nel letto, in fase dormiveglia): E allora?
Madre: Niente.. sono le 4 di mattina e nostra figlia passeggia in giardino, tutto qui. – la donna aggrottò le sopracciglia e chiuse la finestra - .. sembra che ne abbia ancora per molto, borbotta da sola.. io pensavo di sentire le voci.
Padre: Non avrà sonno.. – si voltò sotto le coperte – ..gli spifferi.. io soffro di cervicale..
Madre: E l’ho chiusa la finestra – disse, riunendosi al marito nel letto.

Di nuovo in giardino…

“…casinò! Umm.. dimenticavo che la fortuna e io non c’incontriamo mai.. mah.. dovesse sbagliare strada una volta tanto e venire a sbattermi addosso, tanto è cieca.. e io non so che altro fare”

Tornò in casa rapidamente, senza far rumore. Raccolse tutta la somma che possedeva, poi corse fuori la villetta. Prima che l’alba illuminasse la città, cercava affannosamente un posto qualunque dove risolvere i suoi problemi.

Mentre attraversava una strada, senza guardare da nessun lato, una station wagon le strusciò abbastanza vicino da scaraventarla lontano dalla carreggiata. Julia ruzzolò fino a sbattere accanto al marciapiede. L’automobile frenò immediatamente. In pochissimi secondi, scesero un uomo ed una donna incappucciati e osservarono la ragazza priva di sensi. “Ca**o!!! Non l’hai vista??!!” sbraitò la donna. “Ma porca p*****a! Vorrei vedere te a guidare con questo ca**o in testa!”, rispose l’uomo, gettando a terra il cappuccio.

La donna si inginocchiò vicino alla brunetta, le girò delicatamente il viso: Respira.. meno male – esaminò il battito cardiaco, sostenuto ma presente – aiutami a portarla in macchina, non possiamo lasciarla qui, non possiamo nemmeno chiedere aiuto.

L’uomo annuì, raccolse lo zainetto di Julia, poi la prese in braccio trasportandola nella vettura. La donna si sedette al volante e partì velocemente.

Il tipo tolse la giacchetta e la T-shirt che indossava la ragazza. “..ha un taglio sulla spalla.. un livido sul mento.. un ginocchio che sanguina.. e pare nient’altro”, constatò.

Donna: Ok, un piccolo contrattempo, ci fermiamo un secondo a casa, le prestiamo soccorso e poi dovrà svegliarsi, perché noi abbiamo un lungo viaggio da intraprendere.
Uomo: Ma non deve vederci in viso, noi siamo ricercati.
Donna: Ovviamente, quanto sei perspicace – e c’era dell’ironia.

Trascorsero quasi trenta minuti prima che quella macchina parcheggiò davanti ad un cancello, in una zona fuori mano. La donna scattò fuori dalla vettura dicendo “Aspetta qui, vado e torno”.

“..mmh aohu..ahh.. mi viene da vo..mitare..” mugugnò Julia. L’uomo si allarmò, “Ssshh!! Piccina, fai un pisolino, non ti svegliare ora!”, in fretta recuperò il suo cappuccio e se lo infilò. La donna stava uscendo dal cancello e lui le fece gesti che la tipa si stava svegliando.

La donna le fasciò la spalla, le strappò i jeans, le disinfettò il ginocchio e dopo bendò anche questo. La ragazza era poco sveglia per opporsi. L’uomo cominciò a rivestirla, le infilò la maglietta, la giacca e i denim in parte strappati.

La collega passò lestamente dal sedile posteriore al posto di guida e ripartì. “Ehi..? Ehi?” chiamava lui. Julia stava per dare di stomaco. “Questa ci vomita!” affermò.

Donna: Eccoci, ci siamo, mantienila!

La station wagon era tornata nell’esatto punto in cui l’avevano investita. Appena si fermarono, il tipo aprì in fretta lo sportello per permettere a Julia di sporgersi.

Dopo dieci minuti, 5:05 a.m.

La brunetta seduta nella vettura si stava riprendendo: Chi siete?
Donna (incappucciata): Non fare domande. Allora, è stato un’incidente, non l’abbiamo fatto apposta.
Uomo: Giusto, io non ti ho vista, andavi troppo veloce.. e anche noi.. scusaci
Donna: Beh. .adesso dobbiamo andare, ce la fai a camminare?
Julia (che ancora non aveva capito del tutto): Sì.. dovrei reggermi in piedi.. – uscì dalla vettura un po’ barcollando.

L’uomo aprì il bagagliaio della vettura e prese qualcosa da un grossa valigia, era un mazzetto di banconote. “Un piccolo risarcimento, scusaci.”, lo porse alla ragazza insieme allo zainetto.

Lei credette di sognare ogni cosa. I due incappucciati la lasciarono così e sfrecciarono via nell’automobile.

Julia li osservò frastornata nel breve tempo che loro si allontanarono. Doveva forse ringraziarli?

E infilò pure quelle banconote nel suo zaino. A occhio, dovevano essere almeno 300.000. Sorridendo, quasi ridendo al pensiero di quanto era appena successo, si trascinò ad un angolo della strada e si sedette sui gradini di un negozio, sperando che restasse chiuso ancora per un po’, perché lei si sentiva veramente priva di forze.


***


Il giorno dopo, 6:45 a.m.
Appartamento Zinòvsky

Il professore si sistemò gli occhiali sul naso, raccolse le chiavi all’ingresso, sollevò una borsa abbastanza grande ai suoi piedi ed uscì. Il giorno prima, dopo una buona mezzora di conversazione in uno studio legale, il suo avvocato lo convinse che in pochi giorni avrebbe ottenuto i documenti che aveva richiesto.

Un’ora dopo, sul comodino vicino al letto matrimoniale, la radiosveglia si accese. Lena si girò nel letto un paio di volte, poi si mise seduta.

Radio: ...ancora buio per la rapina alla filiale della banca centrale, gli investigatori stanno indirizzando le ricerche in più zone, le uniche riprese dei rapinatori mostrano un uomo ed una donna dal volto coperto, si ignora compl-

La giovane donna spense la radio, si alzò dal letto. Smuovendo le coperte trovò un foglio, al posto di dove riposava il marito:

Vado via, avevi ragione, è inutile continuare ad aspettare. Ho chiesto il trasferimento all’università, non ci incontreremo mai più. Tra pochi giorni verrà da te il mio avvocato con le pratiche del divorzio, dovrai soltanto firmarle e tornerai ad essere libera. Questa casa è tua, accettala come mio ricordo. Puoi venderla, se preferisci.
Sono stato un’egoista e un illuso. Ma tu puoi ricominciare da capo con lei. So che ti ama, l’ho visto con i miei occhi.
Ti affido Carillon, dormiva lì vicino a te, no ho potuto portarla via.
Arrivederci, nel mio cuore ci sarà sempre amore per te.
Yan

Lena piegò la lettera e la infilò nel comodino. Si asciugò gli occhi umidi e andò a sciacquarsi il viso.


***


Allo scadere della settimana, la cifra da restituire a quei “bastardi”, così li chiamò la brunetta, era tutta intera. Quando tre uomini in impermeabile si presentarono da Lena, Julia era lì ad aprirgli, a sbattergli quella somma addosso e a chiudergli la porta in faccia senza dargli modo di parlare.

Uomo (fuori il pianerottolo): Dove diamine sono riuscite a trovarli??
Uomo2: Non lo so, forse li avevano, forse li hanno rubati, che ci importa.
Uomo3: Appunto, conta il fatto che hanno rispettato i termini, meglio per loro.
Uomo: Già – intascò la cifra – andiamo ragazzi, dobbiamo continuare il giro…

Nell’appartamento…

Julia: Non è giusto che esista gente simile.. perché nessuno li denuncia!
Lena era seduta sulla poltrona vicino a lei: Ho pensato di spedire una lettera anonima al distretto di polizia, chissà che non riescano ad arrestarli..

La giovane dai capelli rossi si fece più vicino e posò la testa sul petto della brunetta, cingendole la vita. “Torneresti ad essere la mia Julia?”, chiese. La bruna si voltò dall’altra parte: “Tu non hai avuto fiducia in me..”. Lena si allontanò da lei, non c’era nulla che potesse fare per tornare indietro, restava solo l’illusione.

Julia: ..ma io ti amo, e voglio vivere con te, cancelliamo il passato, ok? - assicurò Julia alla fine, abbracciandola e trascinandola dov’era prima.
Lena: Dici sul serio? - mormorò con un piccolo sorriso.
Julia: ..non è solo colpa tua, anche mia, allora non ho saputo vederla quella sofferenza, mi sono persa nella superficialità della gelosia.. -strinse la sua fidanzata in lacrime e continuò - ..se solo fossi rimasta per strapparti la verità, invece di andarmene.. - concluse sussurrando, lasciando che le loro labbra finalmente si riunissero.

La mattina seguente, sempre in quella casa
8:56 a.m.

Tra le lenzuola di un letto a due piazze, Lena si stava risvegliando e non si sentiva più un braccio. Era sotto la testa della sua amata fidanzata, ed era intorpidito. Doveva muoverlo, le stava dando una sensazione spiacevole. “Jul.. Jul!”, tentò di spostarsi. “Ehh.. che hai??” domandò una Julia molto assonnata. “Alza la testa un secondo per piacere”. La bruna si alzò del tutto, sfregandosi gli occhi. “No ci credo! Sono stata con te nel letto di tuo marito! Dovevo essere fuori di me!” - “Yan non è più mio marito, non ingigantire sempre ogni cosa..!”, brontolò Lena. “E poi io e lui .. beeh.. si dormiva e basta.. ecco!” arrossì.
Julia ebbe un attacco di tosse da imbarazzo e cominciò a vestirsi.

Lena (cambiando discorso): I tuoi genitori non sanno nulla di noi, vero? Non sanno proprio niente..
Julia (continuando a vestirsi): È così. E non ho alcuna intenzione di dirglielo.
Lena: Pensi la prenderebbero male?
Julia: Può darsi, ma non è necessario che lo sappiano, io e te non vivremo con loro. Poi, non so, forse più avanti..


***


Durante i diversi mesi che proseguirono si assistette a numerosi cambiamenti. La professoressa continuò ad insegnare alla vecchia università mentre la sua compagna, fra un’occupazione e l’altra, era ancora alla ricerca di un impiego gratificante; la società umana non le piaceva, eppure ne aveva studiato gli aspetti proprio per capirla e tentare di farne parte, forse anche migliorarla, nel suo possibile.

Comunque, le spese da sostenere non erano poche, una casa più piccola sostituì l’appartamento nel centro città. “Vivo con una cara amica”, quello che disse ai genitori, che non capivano il perchè si volesse per forza allontanare da loro. In ogni caso, Julia non perdeva occasione di ritornare alla villetta, anche unicamente con la scusa di ammirare la crescita della magnolia.


***


Un pomeriggio, 5:09 p.m.
Casetta

TV: …smantellato un intero ramo della società bancaria Hussel, di cui l’apparente facciata a norma di legge garantiva totale riservatezza sulle operazioni di estorsioni ad usura. È stato riaperto il caso Damien Markel, ricorderete la vicenda del medico rinvenuto in fin di vita sotto la sua abitazione, rimasto in coma per mesi e deceduto cinque settimane fa. Da una fonte segreta si suppone una correlazione con i detrattori summenzionati. Sembra che l’uomo fosse ricoperto di debiti. Seguiteci per ulteriori aggiornamenti. Voltiamo pagina, un noto direttore d’orchestra ha abbandonato il teatro durante un concerto, c’erano quasi 4.800 spettatori, stiamo parlando di…

Carillon si era stancata del notiziario, stava graffiando il telecomando da parecchio senza riuscire a premere un qualsiasi tasto pur di cessare quella voce seccante. Però sapeva per certo che quell’oggetto possedeva il diritto di vita o di morte della scatola luminosa.

In un’altra stanza, dopo la scelta di un certo abbigliamento, Lena stava terminando i preparativi per una festa, di cui ignorava l’origine come Thomas e tutti gli altri ospiti in arrivo. “Juliaaa? C’è una lettera per te!”, e nel frattempo, scrutava quella calligrafia tipicamente femminile sul mittente, rigirava la busta tra le dita e leggeva le poche righe all’esterno, poi la rigirava ancora per rileggere di nuovo il mittente (K. Mc Andrew) e rigirare un’altra volta la busta, e via ripetendo.

Julia giunse con un asciugamano sulla testa: Dov’è?
Lena: È arrivata stamattina dal Texas – la consegnò fra le sue mani, un po’ scocciata – chi ti scrive?
Julia sorrideva: Se mi dai il tempo di aprirla.. – ma tanto già sapeva di chi era, la sigla parlava da sola.

Cara Julia,

Sono felicissima per te. Ho appena ricevuto tue notizie e sono davvero contenta che tu e la tua Lena siate tornate assieme…

Julia piegò il foglio e lo posò sul tavolo, prese la mano di Lena e la tirò via, “Vieni, devo chiederti una cosa molto importante, ne va delle nostre vite”, e Lena precipitò in uno stato d’ansia, “Come sarebbe?? C’entra la lettera?!? Dove mi porti?” - “In terrazza, la lettera è di un’amica americana, ti racconto dopo..”, camminando lasciò cadere l’asciugamano e infilò la mano libera nella tasca al suo fianco sinistro, impugnando un piccolo cofanetto.

…ti scrivo perché Joe si sposa e ci tiene ad invitare te e la tua ragazza alle nozze. Non te l'aspettavi, eh? Alla nonna ancora non sembra vero che Jo Jo si sposerà entro l ' anno, e a me che abbia trovato una povera ragazza da torturare…… scherzo. Chissà che nostro zio non gli dia una promozione.
Allego il vostro invito nella busta, cercate di venire, ci teniamo davvero molto.
Ti mando un bacio da parte dei nonni, da parte mia e Jo Jo.

Con Affetto,
Kelly e Joe Mc Andrew


***


Dall’ultima pagina scritta di un diario…

1 Settembre

…sembra che Julia voglia fare le cose sul serio, non avrei mai immaginato che quella festa fosse per il nostro fidanzamento.
Il prossimo passo però spetta a me. A volte basta così poco per essere felici. L’amore, un tetto e l’amicizia di persone sincere. Lo so, è solo un piccolo frammento del mondo che sta là fuori, e di Noi non sanno neppure i nostri vicini. Ma sta bene così, perché in fin dei conti è il piccolo mondo che ci siamo costruite, un posto tutto nostro.


FINE



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Sabra
view post Posted on 27/4/2008, 18:28Quote

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questa ff è stupendaaaaaaaaaaaaaaaa ..l'avevo già letta!! k bella!!
 
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view post Posted on 27/4/2008, 19:53Quote
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t.A.T.u. 4ever

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è brava la mia piccola:) cmq si anche io XD


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7 replies since 20/4/2008, 12:06
 

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